Nel cielo vola l’Aquila Reale. Sospesa nel baratro. Sfrutta la corrente che sale dalla stretta gola da brivido. Le grandi ali aperte nell’attimo toccante di un’antica nobiltà che regna sulle impervie pareti dell’Orrido di Botri. Profondo canyon scavato dall’impeto del Rio Pelago tra le rocce dell’Appennino.
Dalla gola arrancano muschi e arbusti, frassini, carpini e faggi, piegati nell’ardua ricerca dell’unica striscia di luce che riesce ad insinuarsi, offuscata dallo scuro abbraccio delle rocce, in alcuni tratti, alte fino a 200 metri.
Scrigno di natura che domina, trasforma, s’adegua. Acque che lambiscono macigni creando antri, gole, cascate. E’ il “canyon” della Toscana, uno dei più profondi d’Italia. Area protetta, sulla Strada dei Duchi dominata dalle cime del monte Rondinaio e delle Tre Potenze che sfiorano i 2.000 metri di altezza.
Se dalle antiche mura di borghi medievali s’alzano torri e campanili, nelle pieghe del paesaggio toscano s’annidano paradisi di vita animale e vegetale. Verde vallata che divide le Alpi Apuane dall’Appennino. Sulla cima di uno sperone roccioso s’impenna Montefegatesi, il cui nome deriva dalla presenza di argille color fegato.
Strette e ripide vie di pietra, abitazioni rurali costruite a ridosso delle mura antiche, sottopassaggi e scalinate. Case una sull’altra, terrazze e balconi nel vuoto. La chiesa del Cinquecento, loggiati e campanili che svettano accarezzati dal vento.
Qui soggiornò Dante Alighieri, nel suo lungo peregrinare durante l’esilio. E qui, il Sommo Poeta di fronte all’impressionante spaccatura e al lavorio del tempo, trasse lo spunto per creare l’ingresso dell’Inferno e gli antri del Purgatorio.
Dante e Montefegatesi. Uno stretto legame. Là dove un tempo sorgeva la Rocca, nel punto più alto del paese c’è la statua a lui dedicata. Ormai sono rari gli anziani che possono vantarsi di conoscere a mente tutta la Divina Commedia, spazzati via dall’età e dai venti della guerra.
Ma è sempre luogo di leggende come quella del “foionco” vampiro del pollaio, agile puzzola che andava ad agitare i sogni di bimbi ribelli. Occhi scintillanti e denti aguzzi, impediva il sonno ai più vispi, sempre all’erta per scoprir l’arcano. E la prova era nell’aia. Cimitero di galline.
Anche nei pressi dell’Orrido di Botri, sul ciglio che separa la luce dalle tenebre, si dice sia tornato il lupo. C’è chi ha visto il suo profilo al calar del sole, chi l’ha sentito ululare nel lungo richiamo del vento. Rimbomba nel precipizio fino alle occulte tane. Poi svanisce lassù dove l’aquila danza nella brezza leggera. Sui pendii delle rocce dove ha fatto il nido.
Dal balcone sulla sommità del paese, si domina tutta la valle della Fegana e quasi si toccano il Rondinaio e le Tre Potenze. Da una parte l’Appennino, dall’altra Le Apuane. E nelle giornate più limpide si scorge il mare. Da Montefegatesi scende un viottolo che si fa presto sterrato e stretto. Orme di caprioli, daini, marmotte e volpi. Piume del falco pellegrino, del gufo reale, dello sparviero e dell’aquila reale, simbolo dell’Orrido di Botri.
Lo spettacolo è subito emozionante. Si salta di pietra in pietra. Di sasso in sasso mentre l’acqua che scorre dentro la gola è limpida e pura. Il passo è svelto poi rallenta nell’antro del canyon. Inevitabile bagnarsi. Fatale la meraviglia di fronte al prodigio dell’acqua che col suo lento scorrere ha creato un monumento della natura.
Al varco delle Guadine le pareti dell’orrido si stringono, quasi si toccano e il cielo si allontana su, a un centinaio di metri. Il torrente si riduce a un metro di larghezza, mentre l’acqua arriva già alla vita. Da qui, i cinquecento metri più suggestivi.
Curve secche e strette si aprono in piccoli spazi, poi il Solco Grande si stende tra pareti a strapiombo. Tutto stupisce. Le cascatelle, l’eco che rimbomba, l’acqua nebulizzata che sale verso l’alto offuscando la vista. Muschi aggrappati alla roccia, vere e proprie colonie di felci e arbusti di salice.
E’ un’avventura inoltrarsi tra guadi e rocce sporgenti. Guizzare da a un masso all’altro, scivolare, cadere, rialzarsi tra brividi di freddo, bagnati fino all’osso, e sussulti di piacere nel fermarsi a guardare verso l’alto il ciglio irraggiungibile dell’Orrido.
Intanto si sale ancora fino a terrazze naturali dove pendono corde scivolose. Punti i piedi e sali di pochi metri su piccole sporgenze. Ancora cascate e spiazzi scavati nella roccia tra pareti color smeraldo. Sei dentro la terra che ti stringe e t’abbraccia col suo humus fragrante di muschio.
Più avanti, il sentiero diventa impossibile, franoso, scivoloso. E ti arrendi. Oltre, ci vanno solo gli esperti. Quelli bravi che non s’improvvisano “torrentisti”. Quelli che seguono le guide del CAI di Lucca, con torce, funi, mute e caschi. E, per dirla con Dante, quelli che per “uscir a riveder le stelle” affrontano un’altissima parete.
Allora non resta che cercare la luce tornando indietro. Aggirare l’ostacolo su per un viottolo fino al ciglio dell’orrido. Al limite tra il verde e il baratro, aspettando il tramonto mentre un’ombra scura vola nell’aria e copre con le sue grandi ali gli ultimi raggi del sole.
L’ascesa, lo stallo, il volo, la grazia. Poi si posa su di un picco, lontano. Cogli la bellezza del cielo, la tenerezza della terra e l’intenso odore dei boschi. Aspetti nella speranza di un dono prezioso, di un privilegio riservato alla leggenda. Ti sembra di vedere la figura del lupo stagliarsi sullo sfondo imponente della roccia.
Una folata d’aria fredda cancella il profilo. Istante fugace. L’abbandono di un sogno.






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Vi segnalo anche i bellissimi orridi in Piemonte, quello di Chianocco e di Foresto in Val Susa. In particolare l’orrido di Foresto praticabile tramite una via ferrata.
a presto!
ps
sul mio blog trovate qualche foto!
magnifica descrizione sospesa tra il passato e il presente come l’aquila reale….
ottimo lavoro …….