La mulattiera sfiora San Quirico e, tra sporgenze rocciose per due chilometri sale alle rovine medievali di Vitozza che dall’alto domina la gola del fiume Lente. Resti di memorie della civiltà villanoviana ed etrusca fino all’epoca feudale degli Aldobrandeschi e degli Orsini.
Duecento caverne, frammenti medioevali, colombari romani, fitti boschi cedui e le fresche sorgenti del fiume Lente. Vitozza, nell’alta Tuscia è tra i più interessanti ed estesi insediamenti rupestri d’Italia. Isolato e solitario, vigilato da orchi, draghi e anime perse.
Il borgo non ha avuto la stessa fortuna dei suoi potenti vicini Sovana, Sorano e Pitigliano. Eppure ai tempi degli Aldobrandeschi era il terzo centro della zona. Magia, mistero e sortilegio segnano la storia di questo luogo.
Pesanti capitoli talvolta truci. Alleggeriti o meno da leggende da cui fioriscono fantasia e detti. Era l’826 quando il vescovo di Lucca, Geremia donò al fratello Ildebrando l’intera Maremma grossetana, sotto il controllo di Orvieto.
Malaria, paludi e grotte. Anni bui fino al XIII secolo. Lo sperone di tufo forato da grotte, diventa centro difeso da possenti torrioni, fossati e mura. La fortezza di Vitozza era inespugnabile ma il destino segnato. Controversie, suggestioni e malie.
Terra di frontiera, sotto il tallone di questa o quella Signoria. Precario, instabile, minato da tresche famigliari, il dominio degli Aldobrandeschi. I castellani di Vitozza si rivolgono a Orvieto con un messaggio tanto accorato quanto inefficace. “ Se non si poneva rimedio, si sarebbero dati al diavolo”.
E puntuale arrivò a menar grama. Aveva sangue blu. Irascibile e violento, amante di gozzoviglie e bagordi. Beffardo gaglioffo, passava il tempo a provocare i signorotti dei paesi vicini. Era Niccolò IV Orsini.
Dopo l’alterna sorte di ardite imprese militari, preferì il brigantaggio come la razzia di cinquemila capi di bestiami in soli due giorni, centinaia di soprusi a donne, violenze d’ogni genere e persino l’impianto d’una zecca clandestina.
Vitozza era assai poco, mai sazio di potere e ribalderie, doveva impadronirsi di tutta la Contea di Pitigliano-Sorano. E per farlo eliminò suo padre Gian Francesco. Con inganni e sotterfugi rinchiuse il vecchio genitore nella Roccaccia di Montevitozzo, facendolo marcire per il resto dei suoi giorni.
Corroso dal male, dentro quelle tetre stanze l’istinto assassino si riversò sui servitori che pagarono con la tortura e la vita. Prede preferite le giovani fanciulle del villaggio che, dopo averle obbligate a passar ore nel suo letto, faceva precipitare in un trabocchetto segreto.
Una notte, una giovinetta di nome Antea, vittima delle sue violenze riuscì a fuggire lungo le buie mura inseguita dall’ormai vecchio malfattore. Goffo, grosso e claudicante mise un piede in fallo e cadde per duecento metri sfracellandosi al suolo, là dove scorrono le fresche acque del fiume Lente.
Qui Niccolò pagò lo scotto delle colpe commesse, e il male fatto si ritorse contro di lui.
Il suo cadavere fu lasciato in pasto ai corvi e ai vermi, che però non riuscirono a divorargli l’anima, che si disperse velocemente nell’aria.
La fine di Vitozza, così narra la storia arricchita da leggenda e racconti popolari, si deve ai diversi padroni e signori di quelle terre che dopo averla fortificata la distrussero. Nel 1455 cadono le mura per opera di Siena. La stessa sorte per il castello.
Nel Settecento, tra le rovine non rimaneva che una manciata di abitanti e un grappolo di briganti. Passati anche quegli anni, nessuno si è ricordato più del borgo mangiato oramai dalla vegetazione che cancellava le caverne, faceva crollare le mura del castello e le pareti della “Chiesaccia” costruita nel pianoro.
Millenni di storia in pasto alla vegetazione. Vitozza medievale morta. Un fantasma ormai. Epidemie e peste. Misfatti e orrori. Furfanti medievali e briganti dell’800 hanno trovato rifugio nelle centinaia di grotte scavate nel tufo. Pastori e bracconieri alla macchia per una vita grama e reietta, più avvezzi a star con animali che con gli uomini.
Oggi Vitozza è un Parco Archeologico recentemente restaurato con sentieri che conducono alle grotte di varie dimensioni e forme. Si tratta di una sorta di “ Città di Pietra” raggiungibile da quel sentiero che da San Quirico costeggia un oratorio paleo-cristiano per seguire il fosso di Sant’Antonio.
Da queste parti si narra che nelle notti estive, quando la luna piena illumina i resti della Rocca di Vitozza e la brezza di Maremma s’intrufola tra le foglie delle querce, è facile vedere lo spirito di Niccolò IV inseguito dalle sue vittime che ululando tra le caverne invocano vendetta.






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