Su e giù per le viti. Fra le vene veraci e pulsanti del Chianti. Attorno a succosi grappoli d’uva. Accanto alla quarantennale storia agreste di una famiglia contadina. La terra inzuppa le scarpe. Il sole ritocca le gote. La geometria naturale di delicati acini verdi e bluastri, scatta istantanee di passione immortale.
Abbandonata le sempre troppo affollate autostrade del nord, la superstrada Firenze – Siena mi appare come un ponte verso il Paradiso. So che dovrò avere ancora un po’ di pazienza prima della mia uscita a Monteriggioni (SI). Lì potrò fermare il veicolo, e farmi inghiottire da accoglienti e verdi declivi.
Nel territorio di Castellina, in provincia di Siena, nel cuore del Chianti, i proprietari della casa vinicola Poggio Regini mi stanno aspettando per un indimenticabile viaggio nel mondo della vendemmia. Entrare nella campagna toscana, è come ricevere un abbraccio che ti carezza. Ti vizia, e non vorrebbe più lasciarti andare via.
L’incontro è cordiale. Maurizio, il più giovane della famiglia, m’introduce nella loro tenuta. Diciotto ettari, di cui dodici, a oggi, coltivati a viti che produrranno poco meno di ottocento ettolitri di vino, e che daranno vita a Chianti Classico e Vin Santo. Per arrivare a ciò, in una settimana una parte sarà vendemmiata manualmente, un’altra con la macchina. Otto ore al giorno.
“Nella vendemmia, prima si stacca il grappolo, poi c’è la diraspatura che consiste nel separare l’acino dal raspo”, mi spiega, “quindi, la pigiatura del chicco in modo da schiacciare e favorire l’estrazione di tannini e prendere tutto quello che c’è nella polpa e nella buccia. Una volta messa l’uva nel tino (vasca), si aggiungono lieviti, in modo favorire una buona fermentazione”.
Terminata la raccolta dei grappoli, la vigna poi inizia il suo riposo vegetativo. Con l’arrivo dei freddi, fra novembre e dicembre, inizia la potatura. “E’ una zona fortunata questa dal punto di vista climatico”, mi dice ancora Maurizio, “l’unico grande nemico è la grandine. Per il resto, con un’attenta cura antiparassitaria non si corrono rischi”.
I giovani vendemmiatori intanto, sotto l’esperta guida dell’anziano della famiglia, tagliano e raccolgono. Ogni tanto si sente un tonante “No, quella vite”, e subito scatta la risata. Qualche dea della fertilità intanto, se ne sta in disparte. A osservare. A sorridere soddisfatta mentre gli esseri umani lavorano e celebrano una delle sue più apprezzate creature.
Verso mezzogiorno, tutti a tavola. A condividere un sontuoso pranzo (pasticcio di verdure, cinghiale arrostito cacciato dal nonno pochi giorni prima). Ci sono, oltre ai vendemmiatori, tre generazioni di cultura contadina. Per un momento, esco dal quadro a tinte calde e sbircio nel tangibile orizzonte. C’è fiore che si sporge verso la brezza chiantigiana.
Riassunto indelebile di tutte queste vite. Un germoglio che continua a sbocciare.





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Ciao Luca, mentre la natura “apparecchia” per noi i suoi frutti, la tua penna scivola sui filari e ne coglie l’essenza con delicato accento. Complimenti anche dal Chianti, la mia terra.
Marta
Ciao Marta, grazie molte per il tuo commento, reso ancora più speciale poichè venuto da una persona che vive in quella magnifica terra chiamata Chainti…ciao ciao