Testimonianze storico-artistiche. Una folta vegetazione per un universo faunistico in continua evoluzione. Bastano pochi minuti di Toscana, nel Parco Regionale della Maremma (Gr), per entrare in un mondo a parte. Gincana tra radure e macchia. Soliloquio di versi animaleschi. Eventi passati e tinte di giallo (sole), verde (flora) e azzurro (mare). Declivi e spiaggia. Rocce e sabbia. La Natura e l’Uomo.
Abbandonato il Centro Visite di Alberese, il bus-navetta inizia a salire per una stradina in mezzo alla vegetazione. L’ampiezza del mezzo fa si che venga spesso carezzato dalle molte foglie sporgenti. Arrivato a Pratini, si può smontare e iniziare l’itinerario A2. In mezzo a una folta boscaglia, dove è consigliabile indossare scarpe da trekking vista la natura spesso rocciosa del sentiero.
Una prima parte in discesa, ed ecco che il panorama si apre. Le torri all’orizzonte, e sotto di me una foresta di pini domestici dalle chiome tondeggianti. Poco oltre, lo spettacolo dell’arcipelago toscano. Un tempo non c’era tutta questa vegetazione. L’acqua arrivava non tanto distante da dove mi trovo in questo momento. Cosa comprensibile a giudicare dalla posizione delle Torri difensive. Questa zona dapprima fu un golfo, poi una laguna, una palude, e in seguito alle azioni di bonifica dei Lorena e le successive e più corpose in epoca fascista, divenne un pascolo selvatico, e ora il Parco.
Il tempo di prendere coscienza dell’incredibile paesaggio, che sotto di me, in un’ampia radura, compare una coppia di cinghiali. Il simbolo del Parco della Maremma, riportato tanto sui cartelli che sulla carta intestata e le borse in vendita. È uno spettacolo vederli. Annusano. Grufolano un po’, poi spariscono. Passa qualche minuto, e tocca a un altro gradito ospite dell’area protetta. Il daino. Il tempo di assaggiare qualcosa, e al galoppo si allontana.
Corsari e pirati turchi, una gran brutta piaga per le realtà costiere italiane, tanto in Toscana quanto nelle tante altre parti d’Italia affacciate sul mare. Bisognava controllare sempre l’eventuale pericolo in arrivo dall’orizzonte. E fu così che il duca Cosimo I dei Medici (1519 – 1574), a metà del XVI secolo, implementò i lavori su costruzioni già preesistenti, dando vita alle Torri di Castelmarino, Collelungo, Cala di Forno. Altre opere furono poi realizzate in modo da formare una vera e propria barriera difensiva di avvistamenti.
Il sentiero inizia a salire fino a quando faccio la conoscenza della Torre di Castel Marino, una delle prime si pensa realizzate, e dalla caratteristica pianta quadrata. Purtroppo le intemperie hanno fatto il loro gioco, e la struttura completa è ormai un vacuo ricordo. Il punto è alto. Si domina l’orizzonte. È naturale che i domini Medicei avessero optato per codesto loco per un simile bastione.
Fatto tappa all’ombra dei giganteschi pini domestici alla cui base già s’inizia trovare la sabbia del non troppo distante Tirreno, costeggio un canale paludoso per qualche minuto. Come se nulla fosse, una piccola nutria se ne sta dalla sponda opposta. Forse a cercare cibo. Forse a proteggere la sua tana, chissà. All’improvviso si tuffa e lentamente la vedo sparire nelle piccole profondità lacustri.
Finalmente arrivo al mare, lungo il promontorio di Collelungo. Le onde mi tentano. Una spiaggia deserta, mentre alle spalle si stagliano le torri. Sulla sabbia, piccole impronte che scopro essere di volpe. La loro presenza qui è una costante. Sono animali ben abituati alla presenza umana a tal punto che ormai hanno una vera e propria tecnica per accaparrarsi il cibo degli ignari gitanti.
“Ormai sono la seconda generazione di volpi” mi spiega la guida, “sono già varie volte che si comportano sempre allo stesso modo. Prima si fanno vedere dai turisti in modo che questi inizino a correr loro dietro per fotografarle, poi velocemente ritornano sul posto dove hanno annusato il cibo, e rapidamente lo afferrano portandoselo nella macchia”.
Riprendo il cammino, per finire il mio tour davanti alla rocca di Collelungo (XVI secolo). La luce crepuscolare colora la pietra di tinte rosate, lasciando nell’aria una sorta di piacevole brezza aromatica. Dopo quasi sei chilometri, e tre ore complessive di marcia, sono di nuovo al punto di partenza. In attesa di riprendere la navetta verso Alberese, ma il mio sguardo è ancora sospeso là. Tra le torri, la macchia e tutti i suoi protagonisti del regno animale.






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