Gorgogliare continuo dei suoni della foresta. Rapsodia che seduce come per magia col suo variare dal giorno alla notte. Scricchiolio dei tronchi, uccelli che gridano con voce di bimbi. Ruscelli bisbigliano litanie con voci chiocce di madri. E poi quel silenzio mortale prima di ogni acquazzone.
L’occhio scorre tranquillo sulla cartina dell’arcipelago indonesiano e sembra che qualcuno abbia buttato lì un rosario di isole e isolotti. A forma di draghi, coccodrilli, tartarughe. Quasi un puzzle da comporre, le isole della Sonda da Sumatra a Giava, da Bali a Sulawesi.
Sulawesi, terra quasi sconosciuta che si getta coi tentacoli nel mare tra il Borneo e le Molucche. Brevi fiumi, laghi a macchia, infinite vallate dove il sole si getta sulle terrazze dei campi di riso. Rocce altissime nascoste dall’ingorda giungla. Coni vulcanici, lagune incantate e montagne con aureole di nebbie dove si celano popoli magici.
Dall’altopiano centrale di Sulawesi passa l’equatore. Il clima caldo umido stordisce fiaccando gli animi e tormentando il corpo. Zaffate d’aria rovente impediscono il respiro. Rantepao è lontana, due giorni di cammino su e giù per sentieri appena tracciati fino al primo villaggio nella terra dei Toraja, “Tanah Toraja”.
Qualcuno ci osserva, sentiamo gli sguardi addosso. Alziamo la testa. Allineati su balconate di legno incastonate nelle rocce a strapiombo, centinaia di pupazzi, i Tau Tau spiriti dei defunti controllano tutto ciò che si muove nei confini del loro regno.
Nel sacro luogo sono sepolti i morti dei villaggi Toraja ognuno con un sosia in legno. Sentinelle poste a guardia della morte, antenati che assorbono ed emanano lo spirito dell’Aldilà. Simbologie del bene per scacciare il male. Custodi dell’intimo passato.
Al villaggio ci accoglie il muggito di bufali che scartano l’aria con la coda. Poi il silenzio di un mondo magico che accompagna il freddo tremore della sera. Le abitazioni Toraja, coi tetti arcuati rivolti verso il cielo, sono disposte su due file allineate una di fronte all’altra. Simili ad imbarcazioni, sembrano ancorate in un porto, al riparo dalla folta vegetazione che le circonda, dalla foschia e dalle grevità del mondo.
Prua e poppa delle case su palafitte, allungate oltre misura sfidano l’immaginario e le facciate rivolte a nord, con le corna di bufalo infilzante una sull’altra, donano un aspetto sinistro. Nanggala è solo il primo di una teoria di villaggi in un paesaggio metafisico. Lemo, Ke’te, Palewa, Sangalla, Londa, Bori, Siguntu, Tondon, Palatokke, si sfiorano tra loro attraverso miti, leggende, riti e sacrifici.
Contadini e abili scultori, “gli uomini degli altipiani” in realtà vengono dal mare. Si favoleggia di mitici antenati arrivati a Sulawesi tremila anni fa a bordo di otto imbarcazioni dette “lembang”. Partiti dalla lontana isola di Pongko nel sud-est si sono stabiliti nel cuore di Sulawesi. Qui coltivano riso e cereali, caffè e chiodi di garofano.
Qui, stupiscono il mondo con la loro cultura ancestrale che resiste a ogni tentazione di modernità, nonostante i tentativi dei missionari cristiani dell’Ottocento e gli incanti consumistici delle vicine coste di Bali e Giava spesso violate da sciagure naturali.
Per i Toraja la terra è simile ad un “essere” con la faccia rivolta a nord e la coda rivolta a sud. Il fianco destro legato all’alba e quello sinistro legato al tramonto. Così il nord e l’est sono la vita, mentre il sud e l’ovest la morte. Il nord è il regno degli déi che possono entrare dalla porta principale delle “tongkonang”, tipiche case a barca.
Attraverso il villaggio come una scena sospesa nel silenzio mentre osservo le pareti della tongkonang dello “siamano” che ci ospita. Disegni intagliati a forme di cerchi, animali e piante. Nero, giallo, bianco, rosso. I colori dei Toraja. Non solo decorazioni ma simboli della morte, degli déi, della purezza e della vita.
La notte ci coglie all’improvviso sulle stuoie della tongkonang. Tutti dormono nell’attesa di un giorno importante. Il villaggio è stanco per i lunghi preparativi della cerimonia che si svolgerà domani, un rito funebre organizzato da molti mesi e in linea con la tradizione.
Non riesco a dormire e con la torcia rileggo appunti, ascolto voci accalcate nella mente, i sussulti del cuore e il viavai dei topi. Fulcro di questa civiltà lontana è la cerimonia che accompagna la morte di un membro della comunità. Il defunto è considerato “malato” fino a quando la famiglia può permettersi l’estremo saluto.
Il corpo viene imbalsamato e tenuto in una stanza, visitato e omaggiato da tutti i parenti. Dopo vari mesi, raccolti i fondi per acquistare i bufali da sacrificare e radunati i parenti lontani, si procedere al funerale vero e proprio.
Mattanza di bufali. La frase letta, scritta, ripetuta, ascoltata, mi ossessiona, m’opprime.
Avverrà di fronte alla casa del cerimoniere che gestisce “Aluk To Dolo”, “il rito del popolo passato”. Per i Toraja sono gli antenati che provvedono alla fertilità dei campi e al benessere della comunità. Così l’evento deve essere grandioso, scandito da musiche, danze e sacrificio di bufali.
Fuori, tutto è pronto. Ieri ho contato circa venti bufali che la famiglia del defunto ha radunato dietro gli steccati. Al centro dello spiazzo la torre funeraria attende la salma. Arriveranno gli abitanti del villaggio con gli abiti più belli, con cibo e bevande. Preghiere e litanie sfioreranno l’aria mentre il sangue degli animali sgozzati righerà la terra.
Ma io non ci sarò. Conosco i rituali del mondo, comprendo l’atavico svolgersi di eventi e tradizioni, ma questa volta non posso riferirli. Rifuggo da quell’intimo, segreto, strano fascino della violenza che un “occidentale” ha per fatti che non gli appartengono.
Aspetterò l’alba, e prima che tutto si compia andrò là, dove si chiude il cerchio della vita dei Toraja. Dai Tau Tau, sul sentiero aggrappato alla collina, in un’altra dimensione dove le bare a forma di barca navigano su mari tranquilli. Cercherò poesia e mistero negli occhi fissi di marionette, mute sentinelle di un paesaggio altro. Fuori dalla brutalità estrema.



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