Metto un piede a terra. Tre gocce in sequenza scendono giù dal viso a bagnare il manubrio. La maglia mostra orgogliosa i segni della fatica decorata da tribali aloni di sudore.
Le gambe fanno un po’ male. Slaccio il casco. Recupero il fiato. Bevo due sorsi dalla borraccia. Appoggio la bici. Sfilo un guanto e con la mano nuda accarezzo il bassorilievo di bronzo ossidato che decora il portone. È freddo.
Alzo lo sguardo ad ammirare il santuario della Madonna nera di Tindari che imponente, tornante dopo tornante, faceva capolino mostrandosi a portata di pedale, invitandomi a non mollare, quasi percepisse la fatica nelle mie gambe appesantite e nel mio inutile armeggiare col cambio alla ricerca di un rapporto che alleggerisse la salita.
Il silenzio è rotto da sette rintocchi di campana. Mi segno. Mi siedo su di un gradino in fondo alla sala. Faccio il vuoto in me stesso.
Un raggio colorato di rosso rifratto da una vetrata mi distrae. Lambisce la mia mano. La stendo per accoglierlo sul palmo. Una bambina mi sorride candida. Consapevole complice di un gesto che appare assurdo, mi mostra la sua mano e il suo raggio giallo. Sorrido felice.
La messa è finita. Attorno iniziano a prendere vita i negozi di souvenir. Appesi in balia della brezza mattutina, due vecchi ferrosi pupi siciliani si scontrano in infiniti duelli tra carretti e collane di nuciddi, imitati poco più in là dai più moderni finti Power Ranger.
Arrivano i primi bus pieni di gitanti diretti al vicino teatro greco. Altri, devoti pellegrini giungono a piedi. Anime penitenti scalano la montagna attorniati da sorridenti demoni tentatori: venditori ambulanti, gestori di bancarelle dalla merce più disparata.
Il sole scalda. La brezza dal mare mitiga. Per me è tempo di riprendere la strada e pedalare. chilometri di pensieri dopo la mia dose di doping spirituale. In sella.




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