Il fuoristrada percorre l’ultimo tratto di pista che dal lago di Flores porta a Tikal, mentre sciabolate di nuvole colpiscono la foresta del Peten che sembra inghiottire chiunque osi avvicinarsi all’antica città.
L’ultima roccaforte del Peten, in Guatemala ai confini dello Yucatan, in Messico, nasconde una zona archeologica di 16 chilometri quadrati con più di tremila costruzioni che servivano placare l’ira degli dei.
Alle sette sono già nel parco in un’apparente solitudine che sa di muschio mentre il canto degli uccelli a tratti stordisce a tratti tace in un silenzio agghiacciante. Ci sono tapiri, cervi e anche il giaguaro nero sacro ai Maya come il quezal, l’uccello verde-oro dal petto rosso.
Le radici degli alberi s’intrecciano, s’infiltrano nel terreno, riemergono, attanagliando, forse, ciò che resta della città Maya, non ancora portata alla luce.
Ecco il primo gruppo di edifici: due piramidi perfettamente uguali dette “le gemelle” costruite su di un’antica piattaforma. Sono l’ingrasso per entrare nel cuore di Tikal, il centro cerimoniale della Piazza Maggiore.
Stupenda, in una cornice irreale di raggi di sole che filtrano dal verde equatoriale, la piazza è immensa per la sua razionalità di forme e proporzioni.
La civiltà Maya, volta a magnificare la religione, esplose tra il 300 e 900 d. C. Già nel 600 a.C. il parco di Tikal apparteneva a contadini (popolo pre-Maya) che vivevano in comunità sparse. La zona era ricca di importanti giacimenti di silice, materia prima indispensabile a quella civiltà priva di metallo.
Nel piccolo centro agricolo, arrivarono dai due oceani nuove teorie sulla religione e sull’universo, nozioni di astronomia e di cronologia. Fu così che i contadini cominciarono a trasformare il piccolo villaggio in un centro di culto. Ma la vera architettura e iconografia Maya è del secondo secolo d.C.
Tikal progredisce con edifici sormontati da crete lavorate sino ad arrivare all’epoca classica. Un passaggio che vede la diffusione della volta Maya, il culto delle stele scolpite, bassorilievi con iscrizioni datate e le piramidi. Non più edifici a dimensione umana, ma edifici che sfidano il cielo in onore delle divinità.
Un’avventura arrampicarsi sul “Tempio del Giaguaro” alto 52 metri , tanto ripido da doversi aiutare con una lunga catena di ferro: nove gradoni che risalgono al 700 d.C. e in vetta la cripta: una tomba aperta negli anni cinquanta.
Di fronte, nella parte opposta della piazza, troneggia il “Tempio delle Maschere”: all’interno della cripta, graffiti maya raffigurano una scena di un massacro perpetrato da un personaggio mascherato.
Dall’alto, l’Acropoli nord appare come una piattaforma che serve da base ad un insieme di costruzioni piramidali risalenti al IV e al VII secolo d.C. Di fronte, file di stele. I Maya costruivano questi blocchi di pietra per ricordare grandi eventi. Sulle stele di Tikal è indicato il termine di ogni katum, un periodo corrispondente a venti anni, ognuno di 360 giorni.
Vi sono anche scolpite le fasi lunari, raffigurati dei, sacerdoti e personaggi importanti. Sono stati identificati geroglifici che indicano nomi di dignitari e sovrani come Artiglio di Giaguaro, Muso Ricurvo, Cielo Tempestoso.
L’Acropoli centrale era invece destinata a zona residenziale. Nel parco, i sette gruppi di “piramidi gemelle” con la loro altezza fanno di questo luogo “la perla” di tutto il Centro America.
Ciò che vedo dall’alto della Piramide del Giaguaro è fermo alla fine del 900 d.C. Da allora nessuna piramide, nessun palazzo sono stati eretti . La popolazione si è dispersa nel nulla. Il cuore di Tikal ha cessato di battere. E la ragione è ancora sconosciuta.
Da lassù l’emozione riempie la mente dell’infinito e di vite passate: sacerdoti con piume multicolori, suoni di corni, vocio del popolino, guerrieri che frenano la folla accorsa per assistere a grandi cerimonie.
Immagini, odori, sapori di antiche civiltà, e la realtà di queste piramidi che hanno sfidato la natura stessa per far conoscere la propria cultura ad altre popolazioni. Ad altri uomini.





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