Nella tradizione cinese il quindicesimo giorno del settimo mese del calendario lunare si chiama giorno dei fantasmi e il settimo mese è considerato come il mese dei fantasmi.
In questo periodo non è consigliabile viaggiare, nuotare o aprire una nuova attività.
Occorre fare offerte di cibo agli spiriti affamati, accendere incenso e bruciare finto denaro nelle fornaci dei templi. Le offerte servono ad impedire atti vendicativi da parte degli spiriti contro le abitazioni dei vivi: addirittura chi muore in questo mese, sarà seppellito solo nel successivo.
Poiché mi trovavo davanti a un tempio, ed ero incuriosito dal quello che succedeva, sono entrato a dare un occhio. Colpisce l’attività frenetica all’interno del tempio. Un po’ dovunque ci sono bracieri per l’incenso, i fedeli fanno numerosi inchini tenendo i bastoncini fra le mani fino quasi a toccarli con la testa.
Nella cappella principale invece, la gente getta a terra due oggetti che assomigliano a grossi fagioli con una superficie piana, il gesto va ripetuto per tre volte consecutive, l’operazione ha un significato divinatorio e la posizione assunta dagli oggetti serve per avere risposte a domande tipo: “andrà bene l’esame?”, “lui mi amerà ancora?”, “avrò fatto la scelta giusta?”.
In grandi ceste ci sono da sessanta a cento bacchette numerate simili a quelle del gioco dello Shanghai, sono infilate in un tubo che è agitato davanti all’altare: si prega e si scuote il contenitore fino a farne cadere una a terra. Dal numero del bastoncino si risale al responso divino che è indicato su un tabellone, nella speranza che sia propizio e di buon auspicio.
I fedeli portano al tempio frutta e cibo e creano altari improvvisati sui lunghi tavoli approntati per l’occasione. I monaci sfilano lungo le tavole imbandite, si fermano in prossimità degli altari e recitano preghiere suonando piatti e gong. Una piccola folla di fedeli li segue ed ad ogni sosta accende bacchette d’incenso: anelli di fumo bianco e profumato si dissolvono nell’aria impregnata da quest’odore e si respira a fatica.
Molta gente si ammassa vicino alla frutta, ci sono belle composizioni con uva, prugne e “occhi del dragone”, frutti simili a grandi ciliegie che pendono dal soffitto. Ho presto capito il perché di quest’interesse: i monaci distribuiscono frutta al popolo festante e la scena ricorda quella dell’assalto al forno delle grucce di manzoniana memoria.
Vicino ad un altare ho raccolto qualche banana: all’inizio nessuno era interessato a questi frutti, perché tutti miravano ad un qualche cosa di più appetitoso, poi in mancanza d’altro, la gente, pur di non rimanere a mani vuote, si è consolata così.
Alla fine delle celebrazioni non c’è stato nessun banchetto collettivo e il cibo che abbelliva gli altari è stato recuperato dalle famiglie dei proprietari. Ogni cosa è stata caricata su auto e carretti e riportata a casa per essere consumata al riparo da occhi indiscreti.





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