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Tailandia, uomini di frontiera: gli Akha 1 - foto : Una famiglia Akha © Marta Forzan
Una famiglia Akha © Marta Forzan

Tailandia, uomini di frontiera: gli Akha 1

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Dal caos intraprendente di Bangkok alla dolce decadenza di Chiang Mai c’è solo una notte di viaggio passata a cullarsi sui binari della ferrovia, per proiettarsi in un altro mondo: nell’estrema boscosa Thailandia stretta tra la Birmania e Laos.

Qui vivono gli Akha, dove la vita trascorre fuori dell’ordine del tempo e delle leggi tailandesi. Raggiungere i villaggi più nascosti, non è facile. Si parte dal fiume Kok per una spericolata discesa in canoa, e poi ti devi affidare alle tue gambe e all’esperienza di Pan, nostra guida.

Un percorso irto di ostacoli, un saliscendi tra torrenti, guadi e colline. Tre giorni di marcia fino alla “porta” del villaggio Akha che si nasconde dietro l’umida foschia del mattino. Non cerchiamo un’antica civiltà perduta, templi o flebili tracce del passato.

Cerchiamo piccoli uomini e donne ricchi di una tradizione di rara bellezza e di una storia in parte smarrita nei labirinti della memoria e della foresta. Le radici degli Akha sono aggrappate alle dolci colline della Thailandia del nord. I loro segreti custoditi da “fantasmi”.

Radicati nel vento, i miti che regolano la vita di questi uomini, si trascinano giù dai fiumi e, con fragore di battaglia, si gettano lungo le cascate delle zone di frontiera in quel territorio conosciuto come Triangolo d’Oro.

Originari del Tibet, gli Akha appartengono alla grande famiglia Sino-Tibetana assieme ai Karen, Meo Yao, Lisu e Lahu. Sparsi in 136 villaggi, a più di 1000 metri di altitudine, vivono in una sorta di esilio volontario.

Le esalazioni mattutine, l’aria umida e densa, l’odore di foresta, di fumo e di fiato di animali danno al villaggio un aspetto d’altro mondo mentre le sagome delle prime capanne si parano davanti emergendo dalla foschia.

Siamo di fronte alla Law-Kaw, la porta del villaggio, delimitata da due rudimentali sculture di legno raffiguranti a destra un uomo, a sinistra una donna. Gli spiriti buoni passano, quelli cattivi che dimorano nell’avvoltoio e nella lince, portatori di malattie e disgrazie restano fuori.

Per gli Akha l’unità sociale fondamentale è la famiglia raccolta in clan. L’insieme dei clan forma il villaggio: enormi capanne sparse a tela di ragno con spioventi tetti di foglie di canna quasi a toccare il suolo. Sotto le palafitte, vivono gli animali domestici:galline e maiali. Un attimo e siamo circondati dagli abitanti.

Bambini intraprendenti, ragazze dalla risata fresca che esibiscono copricapi, giubbetti rossi e neri ricoperti di monetine, perline, bottoni e medaglioni finemente intarsiati. Aspettiamo il capo del villaggio, il Bu-Seh che organizza la vita in ogni suo aspetto e cura il difficile rapporto col governo tailandese.

Ci dice che sono “animasti”: natura, animali e cose, hanno un’anima conferita da uno o più spiriti. Questi scivolano tra le capanne e vagano lungo i sentieri, giocano con l’acqua dei ruscelli e si riscaldano al focolare, s’infiltrano tra gli orticelli e stuzzicano i bambini, inventano giochi e dettano legge, rispondono agli enigmi della vita e spiegano il rapporto tra uomo e universo.

Gli Akha tramandano la loro cultura oralmente attraverso canti e riti. Mantenere la “continuità “ con gli antenati è l’ esigenza primaria. Tutti sono in grado di recitare, dal più recente al più antico, i nomi degli antenati tanto da arrivare al “primo uomo Akha”. E quando moriranno prenderanno posto tra di loro.

Lo Dzoe-Mah, capo religioso, riconosce una figura mitica: Apoe-Miyeh, la Grande Forza che dal suo invisibile pulpito manovra i fili di un teatro ricco di simbologie e spiriti che insegnano dove e quando costruire il villaggio, come far nascere i figli e gestire la morte.

C’è una linea di demarcazione per tutto:vita e morte, uomini e donne, giovani e anziani, spiriti e uomini. Ma questo non toglie nulla alla loro armonica convivenza. Oltrepasso la Law-Kaw. Porto con me solo spiriti buoni. Quelli “cattivi” bisbigliano e borbottano indispettiti fuori la porta.

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LIBRI

Marco Polo non ci è mai stato

"" di Rolf Potts - Ponte alle Grazie, 2009



3 commenti a “Tailandia, uomini di frontiera: gli Akha 1”

  • enrico alle ore 9:59 am scrive:

    pezzo sintetico , ben fatto che offre spunti per il viaggio

  • Gianna Onfiani alle ore 8:03 pm scrive:

    ciao Martaaaa,
    ma brava! Che piacere ritrovarti…. davvero torno indietro nel tempo!! Comunque eccoci qui ancora a raccontare e leggere di viaggi e Popoli. Con l’occasione ti invito ad un nuovo gruppo, ebbene sì ho ceduto anch’io, nel quale si persegue la passione di sempre… se vuoi sei invitatissima anche perchè siamo ad una vigilia importante:
    http://www.facebook.com/group.php?gid=141559400340&ref=mf#/group.php?gid=141559400340&ref=mf

    In ogni caso se puoi accedere alla mia mail mi farà davvero piacere sentirti.
    Cia Gianna Onfiani

  • marta alle ore 1:40 pm scrive:

    Giannaaaa,
    ciao, grazie. Che potere ha Il Reporter..oltre a quello di “raccontare di Popoli, viaggi e Culture”. Ti scrivo sicuramente e ti ringrazio per l’invito.
    Marta forzan

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