Sud est asiatico. Laos. Un territorio insinuato tra il Vietnam e la Thailandia. Un paese, in gran parte, ancora tutto da scoprire. Uno scrigno di biodiversità. Regno per botanici, naturalisti, biologi.
Isolato dal resto del mondo, vanta intatte vaste aree di giungla primordiale. Le regioni settentrionali e orientali, in particolare, ospitano foreste pluviali di montagna, ricche di valli, alcune delle quali immacolate, impervie, disabitate e inaccessibili.
Popolato da tigri, leopardi, elefanti, gibboni e pappagalli, nella zona degli altopiani, delfini d’acqua dolce nel grande fiume Mekong, per non parlare delle numerose specie animali e vegetali.
Una bellezza selvaggia atterrita dal problema, incalzante, della deforestazione e della deportazione forzata, imposta dal governo locale, verso le minoranze etniche allo scopo di trasferire popoli dai villaggi tribali montani alle città di pianura.
Una politica, avviata nel 2001 e che si concluderà, potenzialmente il prossimo anno.
E proprio nella zona soggetta allo spopolamento, inizia il viaggio. Un lungo itinerario a piedi tra foreste, altopiani e cascate, alla scoperta della natura d’alta quota e delle minoranze locali, diverse nell’aspetto e nel dialetto da quelle del resto del Laos.
Questo viaggio parte dalla Thailandia. Da Bangkok, un treno notturno conduce i viaggiatori alla città di frontiera di Chiang Mai, dove è possibile imbarcarsi su un traghetto per attraversare le acque melmose del Mekong, confine tra i due Paesi. Uno degli ingressi più frequentati, denominato “la porta dell’Indocina”.
Poi Viantiane, sonnolenta capitale, da cui si avanza verso nord. Il paesaggio muta gradualmente e abbandona le coltivazioni di riso, caffè e tabacco, sostituite dalle foreste sempre più fitte e cupe.
La strada finisce, inghiottita dalla foresta, e si prosegue a piedi. I villaggi di questa remota regione, spesso molto distanti tra loro, sono collegati da precari tracciati, non segnalati su nessuna mappa e spesso immersi nel sottobosco.
Il groviglio impenetrabile degli alberi, la costante litania di canti, versi, rantoli e ruggiti animali rappresentano la sceneggiatura di madre natura. Bellezza, ma anche disagi causati dalle sanguisughe che, nella stagione delle piogge, sembrano piovere direttamente dalle svettanti piante, penetrando, indisturbati, nelle pelle attraverso una ferita che provocano nella carne del malcapitato.
La presenza di ogni villaggio è annunciata da una struttura in legno a margine del sentiero. Una piramide di rami intrecciati, in qualche caso alta più di dieci metri. Scongiura disgrazie e allontana spiriti maligni.
I villaggi, simili tra loro, sono privi di elettricità, di acqua corrente, di qualsiasi forma di igiene e di assistenza sanitaria. Le capanne sono costruite su alte palafitte, per fronteggiare le frequenti piene dei fiumi.
Alla vista di uno straniero, il villaggio si anima e nugoli di bambini, nudi o addobbati con gli abiti e i copricapo tradizionali, circondano i nuovi arrivati. Gli sguardi sono un po’ timorosi e molto curiosi. La presenza di gente diversa qui, è cosa rara. Gi adulti sono più diffidenti dei piccoli, ma sempre ospitali.
Restiamo ad osservarli e a lasciarci osservare. Comunicare è impensabile, ma la mimica aiuta un po’. Passiamo qui qualche ora, poi andiamo alla volta di altri villaggi accompagnati da occhi laotiani.





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