Se c’è un luogo che può essere definito lontano, in senso assoluto, questo è l’isola di Pasqua. Non solo per la distanza che la separa dal resto del mondo abitato – quasi 4000 chilometri dalla costa cilena e altrettanti da Thaiti – quanto per l’isolamento nel quale è vissuta per secoli, praticamente indifferente al mondo e alla storia.
A conoscerlo il passato dell’isola sembra una favola raccontata al contrario. Da paradiso terrestre lussureggiante di palme a scoglio nudo e arido sferzato dal vento dell’oceano. Una lingua ancora largamente ignota che si chiama Rongorongo. Una popolazione resa folle dalla frenesia di costruire strane statue di pietra, fino al punto da esaurire tutte le risorse naturali necessarie alla propria sopravvivenza e consumarsi in continue lotte intestine.
E capisci subito che il senso di una storia come questa non lo puoi a trovare sui libri o nelle teorie degli storici. Devi andarlo a cercare più su, sui suoi quattro vulcani che vomitano ormai solo leggende e facce enormi di pietra incompiute; nei branchi dei cavalli semi-selvaggi che hanno imparato da soli a sopravvivere a padroni incuranti; e soprattutto nelle storie della gente di Rapa Nui, di chi contro ogni logica apparente ha deciso di vivere qui.
Come Barbara, giovane avvocato di Santiago del Cile, che per amore molla famiglia e carriera e da si fa 4000 km verso il nulla, impegnandosi probabilmente più nella difesa della sua scelta di vita che in quella dei pochi clienti dell’unica città dell’isola. Se hai fortuna puoi incontrarla al volante di un fuoristrada, o mentre coglie al volo da un cespuglio una succosa guayaba.
C’è Marcela, che da tre anni racconta ai turisti le leggende locali mentre il suo ragazzo, un ingegnere agrario, cerca di reinsegnare alla popolazione a coltivare la terra. Prima o poi partiranno per un altro altrove, perché sono giovani e innamorati, ma per ora restano qui.
E poi c’è chi tenta di riscoprire le proprie radici nella musica; come Victor, figlio di un’isolana e un ingegnere cileno, che dopo trent’anni vissuti sul continente ha deciso di tornare per far rivivere il suo passato nella musica di Rapa Nui.
E allora improvvisamente smetti di chiederti cosa sia effettivamente successo su quest’isola misteriosa, come possano delle statue di pietra aver reso folli degli uomini al punto di autodistruggersi, prima ancora che arrivassero gli europei in quel lontano giorno di Pasqua del 1722. E capisci che in fondo la cosa importante non è capire come siano riusciti a trasportare quei giganti di pietra fino al mare.
Mentre aspetti il tramonto sul vulcano Orongo o sulla spiaggia di Ahu Tongariki, osservando le sagome dei cavalli stagliate contro il mare arrabbiato, ti torna inevitabilmente in mente la leggenda più bella fra tutte quelle che hai sentito.
Si dice che l’unione tra la testa e il pukau, il cilindro rossiccio che si può ancora vedere su alcune statue rappresenti l’amore tra l’uomo e la donna: è così che il Moai conserva in sé il mana degli antichi capi e protegge gli abitanti dell’isola. E’ per questo, non c’è dubbio, che la gente continua a venire qui e, spesso, a innamorarsi.





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