Gerusalemme. La città santa in Israele. La città contesa e animata da mille volti diversi perché diverse sono le usanze antiche, le religioni di appartenenza. E’ in questo luogo che tutto inizia, che la storia si trasforma in quotidianità e che si vive sulla pelle di chi a Gerusalemme abita.
Non è solo una città. E’ una sensazione, un’emozione da condividere, da esternare e che, non sempre, si riesce ad esprimere interamente perché, mano a mano che la si scopre Gerusalemme cambia aspetto. Ogni volta è nuova e ogni volta raccoglie una sfida. Quella più importante è la convivenza pacifica di più culture.
Cammino per le sue strade vedendo sfilare musulmani, ebrei, bambini con i riccioli che sfuggono dai tipici cappelli neri, viaggiatori, pellegrini. Qui c’è di tutto. E lo spazio è talmente vissuto in ogni suo angolo, talmente catturato dal desiderio che diventa bisogno, di farlo proprio che, qui, a Gerusalemme le persone diventano gatti.
Non bastano le strade a farmi conoscere la città. “Lei” vuole essere vista anche dall’alto. E , allora eccomi, come altri, sui suoi tetti. Mi muovo agevolmente sui tetti delle case. Il percorso è semplice, comodo. E’ come camminare in strada, ma più in alto. Più in alto delle abitazioni. Più vicino al cielo.
Non c’è da scalare o da arrampicarsi. E’ sufficiente passeggiare, salire qualche gradino, inoltrarsi nei dedali di stradine create dai vari tetti e dalle differenti altezze delle case. E dall’alto non posso sapere a chi appartengano. Non posso sapere chi abiti in questi edifici, se musulmani o ebrei.
Un modo per conoscere la città vecchia da un’altra prospettiva. Un modo, adesso forse l’unico, affinché Gerusalemme non abbia distinzioni. Sui tetti le tensioni della città santa si smorzano. Diventano più sfumate, più impercettibili e i luoghi di culto, cristiano, musulmano, ebreo sembrano ancora più vicini di quanto non siano.
Formano un panorama unico fatto di guglie dorate, di croci, di mezze lune che si stagliano nel cielo come a volerlo raggiungere insieme. Seduta su uno dei tetti, sporgendomi un po’ in avanti, ascolto le voci di una famiglia, che nella propria lingua madre, chiacchiera ridendo.
Immagino che siano a tavola o davanti alla tv. E’ ora di cena. E mentre una voce femminile parla, quella maschile sembra rispondere, due bambini, correndo, sgattaiolano fuori dalla porta di casa. Probabilmente vanno a giocare. Li seguo con lo sguardo fin dove riesco, dall’alto della mia posizione, ma poi le strade si intrecciano, si aggrovigliano e li perdo.
Sento ancora quelle due voci. Mi domando cosa si dicano. Di cosa parlino, forse dei conflitti politici, religiosi, degli attentati. Ma, forse, semplicemente parlano dei figli, dei parenti o del lavoro. Argomenti comuni a tutto il mondo. Poi tacciono.
Resto ancora sui tetti. L’aria estiva è abbastanza fresca dopo una calda giornata e la sera, lentamente, inizia a calare. Questa è l’ora che preferisco. Quella del crepuscolo. Quando il giorno e la notte, per un istante, si sfiorano.





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Bellissimo articolo… Complimenti!
Grazie Riccardo per il tuo commento.
Bellissimo ….
Grazie Elida, 6 molto gentile.