La globalizzazione avvolge molti contesti, non ultimo quello della salute. E gli Stati Uniti, si sa, sono spesso criticati proprio per il modo in cui gestiscono la sanità. Tutto privatizzato: se hai i soldi vivi, se non li hai muori. Contraddizione, odiosa e stridente, con il giuramento di Ippocrate.
Ma proprio lì, nel paese a stelle e strisce, ha preso il via una forma di filantropia sanitaria del tutto incoerente con la tradizione di cui sopra. Ma non per questo meno apprezzabile.
Ci stiamo avviando verso una società sempre più aperta, una società nella quale, volenti o nolenti, i confini nazionali non saranno più etnici. Un mondo che si muove, fatto di gente che viaggia e prende residenze diverse rispetto al luogo natio. Per scelta, necessità, opportunità. E non solo.
Capita quindi che culture diverse si confrontino, a volte si affrontino, in territori non più etnicamente omogenei. Bando alle ciance: l’integrazione non è sempre facile e necessita di buona volontà da parte di tutti. Immigrati e indigeni.
La comunità dei Hmong, originaria del Laos e del Vietnam del Nord, si è fatta sempre più numerosa proprio negli Stati Uniti. Tanto per intenderci sono quelli la cui difficile integrazione è stata magistralmente raccontata da Cleant Eastwood, al cinema, con “Gran Torino”.
Che fare quando uno di loro rifiuta anestesie, trasfusioni e operazioni chirurgiche per questioni religiose? Liquidare il tutto con una facile polemica su tradizioni che a noi possono sembrare arcaiche, oppure cercare una soluzione per quanto difficile possa apparire?
Alcuni ospedali statunitensi hanno optato per la seconda opzione. Per evitare il pericoloso qualunquismo secondo il quale le culture religiose sono, agli occhi increduli di chi appartiene ad “altro”, sciocche superstizioni.
Partendo, invece, dal saldo presupposto che una vita da salvare è sempre una vita. Un cuore, una mente, una storia, una famiglia alle spalle. Sempre e a prescindere da tutto.
Quindi non stupitevi se, ad esempio, entrando nel Good Samaritan Hospital di Los Angeles, vi imbatterete in strani personaggi che, muniti di strumenti musicali e abbigliati in modo per noi stravagante, eseguono danze rituali. Divertenti, diciamolo pure.
Ma per il paziente assolutamente indispensabili al fine di cacciare gli spiriti maligni, che nel momento peggiore, quello della malattia, sa di potersi introdurre nella vita dell’uomo le cui difese si sono fatte minute.
Gli sciamani sono dei difensori. E le spade appoggiate sulle porte di alcune stanze non sono macabri segnali. Hanno anch’esse una funzione difensiva.
Al Mercy Medical Center di Merced, in California, ci sono sciamani che, con ampi gesti delle mani, disegnano attorno ai pazienti Hmong strani cerchi, per noi immaginari, ma per loro concreti. Barriere contro gli spiriti qualificabili come maligni.
Spesso gli sciamani non vogliono soldi, si dice che alcuni si facciano pagare con deliziosi polli (vivi).
Dunque gli Stati Uniti, una volta tanto, disegnano la via del futuro, quella dell’integrazione e della comprensione. E la matita di questo bel disegno parte dalla salute dell’uomo, di quello con la u maiuscola, di quello che deve vivere al di là di superstizioni, culture, diatribe e religioni di sorta.





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Totalmente vero.
Grazie
caterina