Pigra e sinuosa la strada serpeggia tra ruvidi valloni e campi coltivati fino a Sovana. Suggestioni, bellezze e magie della città delle ombre. Isolata e solitaria nel ribollire di rocce tufacee, appare come una fiaba sui luoghi del passato e della memoria.
Fascino e mistero in quest’area della Maremma. La vista si apre, scenografica, su panorami aperti e selvaggi, poi si perde in trafori prigionieri nelle gole. “Sospeso tra cielo e terra”, l’antico borgo di Sovana si fa luce coi tesori etruschi, con perle medievali e colorati linguaggi di tradizione contadina nel silenzio di una campagna che non lascia scampo.
Arduo capire come un borgo di poche case sia stato un tempo una città. Sede di una vasta contea e presidio fortificato. Luogo natale di un Papa, Gregorio VII che umiliò Enrico IV a Canossa. Certo è che gli edifici raccolti in così poco spazio palesano l’importanza in epoca feudale di un centro eretto su un masso di tufo. Un lembo di Maremma toscana ai confini col Lazio.
I feraci poggi di questa terra già annunciano un incontro coi segreti del popolo dei Lucumoni, i Re etruschi che qui incanalarono le acque, innalzarono ponti, costruirono città e nascosero la storia nelle necropoli. Uniche superstiti di una civiltà scomparsa.
Arrivi alla soglia del borgo coi resti della rocca. Impatto d’altri tempi e scorci da cartoline sbiadite dal tempo. Sull’uscio di casa sonnecchiano anziani col volto scolpito da rughe profonde. Ti fermi a parlare e affiorano immagini del Novecento. Le guerre, il lavoro nei campi, l’andar su e giù a dorso d’asino, l’arcolaio e le stoppie. La fame.
Una sola via principale attraversa il borgo. Una sola piazza centrale coi mattoni rossi sistemati a spina di pesce. Poche case in pietra tufacea. Alcuni lampioni ottocenteschi. Da una parte la Rocca, dall’altra il Duomo. E lassù nella boscaglia, il mistero etrusco.
Il sole illumina angoli d’incanto. C’è silenzio e pace nella piccola chiesa di Santa Maria col ciborio, prezioso ricamo in marmo, opera di un ignoto scalpellino. Sovana, gioiello di pochissimi abitanti da conservare “sotto campana”, come dicono in Maremma. Un museo non alterato, sobrio e genuino immerso in una quiete che rallegra l’animo.
Sovana fu centro religioso sin dal IV secolo d.C. Resta solo una testimonianza dell’epoca, sconosciuta ai più perché ridotta al silenzio dall’incuria. E’ la chiesa rupestre fuori le mura. Una grotta sulla cui volta franata è tracciata una grande croce in rilievo.
Sontuoso ingresso del bastione dei conti Aldobrandeschi passato agli Orsini, ai Medici e ai Lorena. Lo scorrere del tempo che tutto cancella. Una disfatta dietro l’altra dei signori d’allora, più inclini a guerreggiare che a preservare il borgo e gli abitanti.
Dispute e miseria. Prima i Medici poi i Lorena, portarono albanesi e greci che senza batter ciglio accolsero le pretese dei signorotti per un rifugio tranquillo e un tozzo di pane.
Ma la “città di Geremia”, per il triste pianto che sale dalle rovine della solitudine, sfiorì distrutta da peste e malaria, dall’ingordigia della vegetazione, e per l’abbandono dell’uomo.
Resta il Palazzo Pretorio con gli stemmi dei capitani di giustizia, la cattedrale romanica coi capitelli dell’archivolto d’ingresso corrosi dal tempo. Il palazzo Bourbon Del Monte e la chiesa di San Mamiliano. Gli splendidi profili della piazza principale. E, scavata nel tufo, la più bella necropoli etrusca.
“Credono che le cose non abbiano un significato in quanto avvengono, ma piuttosto che avvengono per avere un significato”. Così Seneca parlava della magia di una civiltà criptica, enigmatica che scelse terre da plasmare e modificare. Sia per vivere, sia per morire.
Che gli Etruschi facessero del tufo violaceo spaccato da valloni le loro necropoli, è certo. Conosciamo il “Popolo dei Morti” proprio in funzione del sonno eterno. Cimeli deposti da mani amorose sulle tombe dei defunti per un viaggio nell’aldilà. Pitture con riti religiosi e magici. Urne, vasi e oggetti personali del misterioso popolo, riempiono musei d’Italia.
Da Sovana un percorso impervio lungo strade e poggi, porta alle “Vie Cave”. Stretti canyon scavati dagli Etruschi per passare colline e speroni di roccia. Solchi di decine di metri di profondità e centinaia in lunghezza, all’interno d’una campagna assolata dove risplende la calda tinta del tufo solcato e tornito dall’acqua.
Spettacolo unico di un fascino selvaggio e sconvolgente. Antichissime tracce di grotte e ripari per proteggersi dalla pioggia, gallerie incassate nel tufo e luoghi di culto, collegati tra loro attraverso una lunga sequenza di sepolcreti rupestri.
Solenni querce, fitti cespugli nelle forre e nei valloni quasi nascondono alla vista le più importanti sepolture (a camera, a dado, a edicola, a fossa, a tempio) risalenti agli inizi del III secolo a.C. Incuneata nel costone di tufo, la Tomba Ildebranda cattura il pensiero in un alone di enigma e mistero. Mentre cala il sole ti sfiora un vento leggero come il sibilo del canto di Vanth, la dea della morte che vegliava il sonno eterno.
Quella voce t’avvolge, ti segue sulla via di ritorno, dentro il Cavone, attraverso il bosco fino a Sovana. Qui ti lascia e t’affida ad un altro racconto. Sull’uscio dell’antica taverna, una fisarmonica suona l’antica durezza del lavoro contadino, la pesantezza del trebbiare a mano e nel vangar la terra. Il lamento trascina verso immagini di fatica che fanno meditare sui misteri della vita. Su attese premiate e attese deluse.






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