Siviglia, cuore dell’Andalusia, scrigno di secolari tradizioni, in questi giorni è percorsa più che mai da brividi di passioni autentiche.
La Settimana Santa è appena iniziata. Le attività commerciali e istituzionali sono chiuse per festeggiare l’evento, per settimane la città è stata in fermento con i preparativi.
Le origini di questa festa risalgono al Medioevo, quando nel 1248 la Chiesa decise di incentivare la rappresentazione drammatica delle fasi della Passione.
La Semana Santa è celebrata in diverse città ma la commemorazione di Siviglia non ha eguali per intensità nel mondo cristiano. E io non potevo mancare.
I cortei dei penitenti si avviano a passi mesti e fedeli lungo le strade che dalla sede della confraternita di appartenenza portano alla cattedrale della città. Devono compiere 3303 passi, pari a quelli compiuti da Gesù con la croce fino al Calvario.
Ali di folla seguono la processione. Tutti sono vestiti a festa con abiti eleganti anche nella più torrida delle giornate, e aspettano in un allegro chiacchiericcio il passaggio del corteo.
Come se camminasse da sola sopra la folla, ecco che si intravede la statua della Vergine, posata su un piedistallo finemente cesellato da falegnami ed orafi, ingioiellata e adornata da un enorme cornice di fiori e ceri accesi.
Poi sfila il paso del Cristo, in croce e sofferente, non meno imponente e fastoso.
Un paso può pesare fino a otto tonnellate e viene trasportato in processione dai costaleros, chiamati così dal sacco di juta, el costal, che protegge i portatori dallo sfregamento del legno.
Seguono, disposti in due file parallele, i nazarenos, i penitenti, con un costume stile Ku-Klux-Klan con i colori della propria confraternita, con tunica e incappucciati.
Chi ha il cappuccio a punta dritta stringe tra le mani un cero, chi ha il cappuccio piegato all’indietro porta a spalla una croce. Il numero dei penitenti è variabile da confraternita a confraternita.
Le confraternite che vantano una maggiore tradizione sono in genere molto numerose, includono centinaia di penitenti e di solito sfilano il venerdì santo.
La maggior parte di loro procede a piedi scalzi, o con sandali.
Cerco di capire la loro età. Ci sono anziani, giovani e giovanissimi.
Una donna in carrozzella è in prima fila, a fianco a me. Un ragazzo tra i penitenti, tira fuori una piccola foto della Vergine e la porge nella mano della signora. Tremo.
Il corteo ora si ferma. Il chiacchiericcio si interrompe in segno di rispetto per la devozione di una donna vestita con l’abito nero tradizionale del lutto, che si sporge dal balcone della sua abitazione.
Sta intonando una saeta, un canto in onore della Vergine. Pronuncia i versi di Garcia Lorca “Cristo bruno, diviene da giglio di Giudea garofano di Spagna” e poi il canto si tramuta in un lamento prolungato. Tremo.
La passione e la devozione che dimostrano queste persone mi rapisce, quasi mi fa sentire in colpa per non riuscire a sentire la religiosità della festa con la loro stessa intensità.
Seguo il corteo, destreggiandomi tra la folla che si accalca ai lati e raggiungo la piazza centrale della città, dominata dalla magnifica cattedrale.
Intorno a me decine di cortei, file di cappucci neri, blu, bianchi si incrociano ordinatamente seguendo il percorso stabilito fino alla cattedrale.
Poi ritorneranno sui loro passi, sempre lungo la carrera oficial, fino alla plaza de la Campana e poi verso la sede della loro confraternita.
Le statue sacre delle confraternite che hanno sfilato riposeranno per un anno.
Ormai è sera. Domani altre confraternite compieranno il loro sacro dovere fino alla domenica di Pasqua quando le campane suoneranno a festa per l’avvenuta Resurrezione.
La settimana di dolore è finita e si festeggia in onore del Cristo risorto.
Tra poco un’altra festa rincuorerà gli animi dei sivigliani. È la feria de abril, che quest’anno cade tra l’8 e il 16 aprile, pagana e dai toni decisamente meno solenni e più allegri.





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