Giunche cinesi, vessilli indiani e arabi, navi portoghesi attraccarono sulle sue coste a 138 chilometri a nord dell’equatore. Duecento anni fa infestata dalla malaria e dai pirati quell’isolotto paludoso appassionò Sir Raffles. Oggi Singapore è un grosso transatlantico luminescente ancorato alla punta estrema della penisola malese.
E’ città di passaggio e puoi non accorgerti di essere in Oriente. Ci vuole occhio attento e curioso. Tempo e resistenza al caldo per cogliere i dettagli, senza cedere alle lusinghe delle ghiacciaie dei centri commerciali. Difficile capire la lingua locale. Molti singaporiani si esprimono in “Singlish”, mescolanza tra inglese e altre lingue parlate.
Un’ immensa città-paradosso. Al primo impatto, Singapore è società cosmopolita, dove persone di più svariate razze e religioni, riescono ad interagire. Anche paranoica. Tutti rincorrono il tempo come se non bastasse mai. Colori su colori. Suoni su suoni. Perfettamente sincronizzati.
Con stabilità dittatoriale batte tutti i records. Niente scioperi, ordine e disciplina, multe salate per i trasgressori. Niente cicche per terra. Vietato mangiare e bere nella metropolitana, la Mass Rapid Transit. Vietato sputare per terra, e per convincere i cinesi a non farlo c’è voluta una campagna anti-sputo durata per anni.
Tra un acquazzone e l’altro, Singapore può sedurre. Nostalgie coloniali, vertigini di metallo, odori e sapori, splendide spiagge. Vecchio e nuovo sono complementari in una scenografia proiettata con piglio verso un futuro senza tralasciare i segni del passato.
Stravagante concerto di architetture ed etnie. Dalla languida zona in stile coloniale ai rigogliosi giardini che beneficiano del clima e dell’attenta cura. Dai moderni grattacieli ai rumorosi e affollati quartieri dove vive la tradizione.
Diversità che fa parte della culturale di Singapore. Nei secoli, ondate di immigrati malesi, cinesi, indiani, europei hanno influenzato paesaggi, stile di vita, storia ed economia. Tuttavia se le cerchi, dietro la moderna facciata dove tutto tende a mescolarsi, le differenze etniche, culturali e religiose, sono evidenti. Ma questa è un’altra storia.
Davvero ti stupisce con i suoi stravaganti autobus. Regni mobili della pubblicità senza limiti di fantasie. Vetro e acciaio a soddisfare gli appetiti di affari, commercio e turismo. Iconografica, fotogenica da qualsiasi lato tu lo prenda. Orchard Road, una fila di shopping-center dove si vende di tutto dal “made in Italy”e “made in France” al “made in Taiwan”.
Nella Beach Road regna il leggendario Raffless Hotel, irrimediabilmente caro. Ma si può sempre bere un Daiquiri nel salone centrale e ammirare la tappezzeria, i luccicanti lampadari, il magnifico orologio a pendola, vanto dell’hotel.
Dalla fine dell’800 è simbolo di lusso e raffinatezza. Fasti del servizio, cibi ricercati, vini esclusivi. Il suo nome risuonò non solo in Asia, ma in tutto il mondo occidentale. Incontri d’affari, cronache mondane, leggende, pettegolezzi, non fecero che accrescerne la fama.
Un must per la cinematografia hollywoodiana. Set ideale di numerosi film. Molte celebrità e miti americani hanno passato almeno una notte nelle numerose suite. Incredibili anni ‘50. Nel 1987 in occasione del centenario l’hotel viene decretato monumento nazionale.
Reliquie d’epoca coloniale a nord del fiume. Empress Place, vecchia zona pedonale della città. Victoria Memorial Hall & Theatre costruito nel 1862 dove ha sede l’orchestra sinfonica di Singapore. Il Parlament House, il più vecchio edificio governativo della città.
Seguo i sensi per non farmi ingannare, dove l’Asia esplode in un turbine di colori e fragranze. In Telok Ayer, chinatown, a sud del fiume, ultimo rifugio di un vecchio modo di vivere degli immigrati cinesi per i quali violare le frontiere non costituì mai un delitto, ma un’avventura animata da senso di giustizia. Non tutti l’hanno trovata.
In Serangoon Road, nella Little India. Profumo inebriante. Basta seguire l’odore delle spezie per arrivare ai mercatini dove puoi gustare Panir Batter Masala e Tanduri. Donne in sari vanno nel tempio Srinivasa Perumal, del 1855, punto d’incontro hindu.
In Arab Street, il centro musulmano. Nella Moschea del Sultano si concentra l’Islam di tutta Singapore. Costruita nel 1825 a spese della Compagnia inglese delle Indie Orientali e della generosità di Sir Thomas Raffles, per onorare il patto col sultano di Johore.
In Geylang Seraj, comunità malese. Girovagando tra le sue vie si torna indietro nel tempo, alla scoperta dei tradizionali “kampung” villaggi in parte immutati dagli anni Cinquanta con le “attap” tipiche case e gli uomini in sarong.
La notte Singapore cambia abito. Miriadi di lucciole colorate illuminano il centro. Nei parchi giapponesi, concerti di musica classica. Sulla Marina Bay stereo a tutto volume. Occidente, alcool e tabacco. Le ferree regole trasgredite.
Singapore è divisa in quartieri, come voleva di Sir Raffles. Ognuno col proprio folclore considerato patrimonio storico della Città-Stato. Se sei di passaggio ti può conquistare. Se scavi negli eventi come la recente legalizzazione dell’espianto degli organi sui vivi in cambio di soldi, allora vuoi tornare a casa.






Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car




