“Da qualche chilometro siete ospiti del Parco della Sila”. Sono le parole di un simpatico cartello in legno che indica dove mi trovo. Non poteva essere altrimenti. Dopo aver macinato chilometri in mezzo al bosco, aver lambito le sponde del lago di Cecita e rallentato per godere di un’insolita invasione bovina lungo la strada, sono arrivato nell’area protetta calabrese. In località Cupone (Cs) del comune di Spezzano Sila. Il centro più popoloso della fascina presilana, fondato nel X secolo da profughi cosentini scampati alle invasioni saracene.
Un piccolo maneggio di somari per passeggiate per i più piccini mi riporta ai sapori di Madre Terra. È rilassante osservare la gioia dei più piccoli a dorso di questi mansueti quadrupedi equini. Non sarà difficile per loro ritrovarsi nelle esilaranti gag di Ciuchino, il fido e logorroico amico fraterno del simpatico e buon orco verde Shrek. Pur non potendoci salire sopra, non lesino qualche carezza sul muso, mentre un altro più piccino sdraiato si gode qualche attimo di riposo.
I caldi raggi solari mi spingono a un fugace sguardo all’Orto Botanico, capace di occupare una superficie quasi interamente pianeggiante di oltre diecimila metri quadrati. Questi è caratterizzato dalla flora autoctona, il tutto fra massi erratici di granito e occupato in prevalenza da pino laricio a sud, e da faggi e abeti bianchi a nord.
Ecco il dilemma. Museo del Lupo, Museo Naturalistico, Museo dell’Albero, percorsi in mezzo al bosco da 3 (Cupone – Corsonara – Cupone), 5 (Cupone – Zarella) e 8,5 km (Cupone – C. Principe – Vivaio). La scelta è ampia ma il mio tempo è poco, così mi dirigo sul sentiero che mi porterà a ridosso dei recinti faunistici. Un po’ di salita, ed ecco il primo osservatorio. Una piccola casetta in legno dai cui vetri a specchio sigillati si può sperare di vedere qualche esemplare.
Il Parco Nazionale della Sila ti saluta in questo modo: “Sono cattivo solo nelle favole. Il lupo è protetto”. Nella generale meraviglia dei presenti in quel momento, due soffici esemplari di colore grigio spuntano dalla boscaglia. Rincorrendosi. Qualche secondo dopo un altro più grande esce timidamente da un cespuglio. Qualcuno prova a mettere la lente del proprio obbiettivo dietro uno dei tanti buchi della staccionata che circonda il recinto, ma in questo caso il ricordo apparterrà tutto alla nostra memoria.
Nel corso della storia locale, il lupo, antico abitante delle foreste calabresi, dal dopoguerra fino agli anni ’80 ha subito un’ingiusta e forte pressione da parte dell’uomo, subendo non solo una caccia spietata ma è stato anche privato delle sue prede naturali, come il cervo e il capriolo, anch’essi estinti da ancora prima, fine ‘800.
A differenza della false credenze, gli attacchi al bestiame sono da imputare per oltre il 90 per cento a cani randagi. Adesso ad ogni modo, dopo che nel 1975 la popolazione dei lupi si era ridotta a soli 25 esemplari, con la nascita nel 1968 del Parco Nazionale della Calabria, lupi, cervi e caprioli, si stanno lentamente ripopolando.
La tenerezza però va tutta a un giovane cerbiatto. Sdraiato sull’erba, con le sue tipiche macchie bianche sul dorso. Con lo sguardo quasi assorto, protagonista inconsapevole di risvegli di dolcezza. Trovo la giusta apertura dalla staccionata, e senza che se ne accorga partecipo alla sua vita da lontano. Sento il mio battito accelerare, eppure non sto correndo. Sono immobile. Forse mi sto solo emozionando.





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