Camminando sulla pancia del sabbione si arriva fino in cima, quota 2514 e un bel pannello solare come traguardo. La Montagnola è un’illusione ottica. Gettando uno sguardo verso l’alto, da Catania sembra di essere a un passo dai crateri sommatali che le gettano fumo alle spalle come aureola sulla testa del santo. Un pizzo acuminato? Vetta alpina no di certo.
Per un cratere anomalo squarciato a metà della sua bocca niente stelle e prati fioriti coi camosci, niente granito per piantare le ferrate o sbavature di ghiaccio fuori stagione. Siamo sull’Etna, terra degli eccessi. D’estate caldo e polvere fanno sudare ogni metro percorso sopra questo deserto obliquo. Passo dopo passo, ogni metro della salita è una conquista.
Poche concessioni alla fatica. Soste insidiose sui cuscinetti dello spinosanto, erba di vento che cresce a macchia sulle creste più esposte, agganciata alla sabbia nera con radici chiuse a riccio. Guai a toccarla: le sue spine all’ apparenza poco visibili sono disseminate su tutta la superficie verde coperta da piccoli fiorellini ingannatori.
Per arrivare sulla vetta della Montagnola ci sono diversi percorsi da seguire, ma la via più ricca di emozioni, anche se in assoluto la meno praticabile, è senza dubbio la ripidissima “Lavagna”, che non a caso gode di questo soprannome per la pendenza non indifferente. Un sentiero tracciato in realtà non esiste. Nessuna orma può attecchire sui coriandoli di lava di questo terreno aspro, costantemente spazzato dai venti e levigato dai ghiacci invernali.
La meta è laggiù, si và ad occhio sperando di non incontrare la nebbia. Alle spalle ci si lascia l’ imponente dorso del Cratere Silvestro Superiore, dietro di lui la sagoma dell’ omonimo fratello minore. Subito la prima impettata, poi uno breve spazio pianeggiante. E’ l’apparato eruttivo delle nuove bocche a bottoniera spuntate fuori all’ improvviso sei anni fa.
Sull’ orlo c’è ancora lo zolfo giallastro che fatica ad evaporare. Linee che si intrecciano, segnali senza artificio,percorsi di roccia frutto di un disegno impenetrabile della natura che sa spiegarsi a modo suo. Prepotente.
Alcuni minuti di sosta per entrare e uscire da quel che rimane di una piccolissima grotta a scorrimento caduta su sé stessa nell’ arco di una ventina di metri. Con una piccola torcia si possono notare gli effetti della rifusione sulla volta: “denti di cane” (gocce di lava rifusa) e ballons (bolle di gas impresse nella parete) a pochi centimetri dalla testa. Salendo ancora ci si sposta a ovest della Montagnola e si sceglie una strategia d’attacco.
Impossibile camminare in linea retta; bisogna procedere in maniera serpentina, inventandosi tornanti in base al proprio ritmo. In pratica bisogna cavalcare la morfologia, senza lasciarsi scoraggiare dal dislivello, che da una base di 1910 s.l.m. conduce a quota 2640.
Lungo il percorso accade spesso di incontrare alcune coppie di falchi in caccia a pochi metri dal suolo, fermi in aria grazie al gioco delle correnti ascensionali. Inoltre l’ intera zona è colonizzata da una miriade di coccinelle, sparse dovunque sopra e sotto i sassi neri. Giunti in cima lo spettacolo del paesaggio rende conto di ogni fatica.
Ai piedi del vulcano lo Jonio bagna la riviera dei Ciclopi, e la costa del Catanese. Taormina svetta sulle prime propaggini dei Peloritani, l’altopiano degli Iblei si intravede oltre il sorriso del golfo. Un saluto alla Calabra sullo Stretto di Messina. Dietro il rombo prepotente dei Crateri sommitali, mai stanchi di soffiare fumo fra le nuvole.
Si scende. Si piega a destra, fra le colonne ad anfiteatro del Canalone degli Svizzeri. Passeggiata sul basalto, poi capriola sul sabbione smaltato che luccica ed esplode a ogni passo sotto il peso del corpo che affonda nel morbido velluto della cenere.
Il pendio scivola in fretta a valle fra le macchie di saponaria e il profumo giallo delle margherite in fiore. Pochi minuti per arrivare di nuovo alla macchina e togliersi finalmente la terra dagli scarponi. Ultimo sguardo indietro per guardare il percorso fatto. Un saluto al “Mongibello”.





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