Blu. Solcato solo da un immenso cargo che lasciando dietro di sé una scia bianca di spuma percorre silenzioso lo stretto diretto verso il mar tirreno. Sullo sfondo, Messina con la sua palazzata storica che si affaccia sul porto (post terremoto del 1908).
Questo siciliano alla tastiera manca dalla sua terra da sei mesi e undici giorni. Calcolo tanto sicuro quanto istantaneo, gestito da un qualche orologio nascosto nella testa da siciliano di scoglio: legato cioè da un immaginario cordone ombelicale alla sua terra, come lo avrebbe descritto un tempo Nisticò, direttore del giornale l’ORA.
Cerco con lo sguardo la Madonna della Lettera, protettrice della città che accoglie ogni anima che approda all’isola. Cerco il campanile del Duomo che sovrasta il centro cittadino. Scruto le colline sempre più addobbate da piloni autostradali di qualche svincolo abortito e da villette in “stile abusivo”
Annuso l’aria col suo miscuglio di aromi che non tarda a tornarmi alla mente: esalazioni di gasolio, grasso di motore, alghe marce, cordame bagnato e arancini caldi. Aroma di Traghetto.
Il cielo è terso. La Freccia della Laguna è spezzettata e stipata nel ventre della nave. I passeggeri sono tutti sul ponte principale. I vari accenti delle varie zone si mescolano.
C’è l’intera Sicilia a bordo ma in un numero di persone tale da poter entrare tra una prua e una poppa ed è forte in quel momento, il desiderio di poter scattare, per mostrarla a tutti, un’unica istantanea che ritragga l’intera isola, non quella dei paesaggi ma quella della gente.
Gente anomala, bastardi generati dal sangue di tredici dominazioni da cui abbiamo ereditato in egual misura difetti e pregi. Capaci di partorire lungo la storia personaggi di ignoranza estrema ma anche scienziati, letterati premi nobel, gente magnifica e purtroppo anche codardi della specie peggiore e ancora, raminghi come il sottoscritto e stanziali nella vita e nell’animo.
Mi manca una lente che sia capace di vedere e fissare su pellicola tutto questo. Metto piede in Sicilia consapevole del fatto che domani mi alzerò dal letto e mi scontrerò con tutto quello che almeno per oggi non voglio vedere.




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