Sulle guide leggerete che il periodo migliore per visitare le Seychelles è quello che equivale al nostro semestre più freddo: da ottobre a marzo, infatti, le correnti che provengono dal sud est asiatico si placano e le acque assumono quell’aspetto sereno e rispettoso che siamo abituati a vedere nelle cartoline.
Personalmente sono felice di averle vissute in uno dei loro periodi più burrascosi. Ho attraversato spiagge deserte, immerso nei boati di spettacolari onde, sfiorando cartelli che mi mettevano in guardia, in quattro lingue diverse, dalle pericolosissime correnti.
Sono sempre stato convinto che, in mezzo alla tormenta, il pensiero si faccia meticolosamente sincero; per ciò mi piace immergermi nel mare d’inverno. E se, poi, inverno significa 28 gradi di temperatura esterna e, nelle innumerevoli e incantevoli spiagge che non vengono interessate dalle correnti, acque perfettamente calde, tanto meglio.
Non mi stupisce che Wilbur Smith abbia preso residenza in una di queste isole; mi vien da pensare che sia facile essere artisti, scrittori, alle Seychelles o, quanto meno, è facile essere se stessi.
Queste isole, ad agosto, sono come una donna bellissima e altrettanto capricciosa: brevi scrosci temporaleschi si susseguono, in un’imprevedibile alternanza, a lunghe ore di sole.
Vivere le Seychelles ad agosto è come conoscere i desideri inespressi di un amante. Facile innamorarsi di loro a ottobre o novembre, quando le acque sono pacate. Difficile, invece, rispettare il lato nascosto di una donna che superficialmente si presenta elegante e sinuosa. Io ho visto i difetti delle Seychelles e me ne sono innamorato a prima vista.
Sono pochi i posti in cui le ore scandite dagli orologi vengono abbattute da una quotidianità che rinnega completamente la follia del lavoro moderno: La Digue, isoletta fuori dallo spazio e dal tempo, è senz’altro uno di questi.
“Dove sarà la catena per bloccare le ruote?”, questo il primo pensiero che si affaccia alla mia mente quando inforco la bicicletta, e questa è la prima cosa che stupidamente chiedo a chi me l’ha data. Mi risponde, rispettoso, che nessuno, qui, ruba biciclette, perché tutti, qui, hanno la loro. Considerando la ridottissima superficie dell’isola, poi, un potenziale ladro verrebbe ben presto acciuffato.
Cinque chilometri di lunghezza e tre di larghezza: queste sono, in effetti, le dimensioni di La Digue, isola che, dopo solo due giorni di bicicletta, posso dire di conoscere a memoria. La mia scarsissima dimestichezza con i punti cardinali ha fatto sì che riuscissi, comunque, a perdermi anche qui, dove per altri è impossibile perdersi.
Tutt’al più, a La Digue, è facile, facilissimo, trovare se stessi: duemila abitanti, venti automobili, un considerevolissimo numero di biciclette pro capite e alcune carrozze trainate da giganteschi buoi che qui chiamano taxi. E, certo, incantevoli spiagge.
Dunque, se siete alla ricerca di complicazioni pratiche e spirituali non andateci mai, perché La Digue è tutta qui: un palpito puro e perfettamente equilibrato di una farfalla silenziosa.





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