All’ombra di un Baubab si riposa una donna dal profilo sottile, una silhouette che si allunga su un campo di riso. La stanchezza sembra non fermarsi sul suo volto mentre il suo sguardo si perde oltre quel fiume di filamenti sottili. C’è un vento caldo che passando mi regala un brivido leggero come la brezza che si alza in un tramonto d’estate. L’andatura del carretto segue il respiro di Mandalà, mentre i suoi zoccoli, senza la suola di ferro, affondano nella sabbia e lasciano un solco che il vento cancella facilmente.
Il deserto abbraccia questi verdi quadrati e dove finisce il getto d’acqua di un bambino che innaffia, la terra inaridisce sotto il sole cocente dell’Africa. Sono diretto al piccolo villaggio di Touba Ndaje e da lontano comincio ad intravedere basse costruzioni in cemento e tetti di paglia alternarsi a piccoli gruppetti di bambini che si rincorrono veloci in un gioco che la fantasia crea in una dimensione senza elettricità.
C’è un motivo per cui quando si avverte un contrasto la nostra mente va in tilt? C’è un motivo per cui la diversità nasconde la semplicità dell’umanità che ci accomuna? C’è un motivo per cui la semplicità è una virtù e non un bisogno? Non so dare delle risposte vere a queste domande ma solo apostrofi, virgole e puntini di sospensione.
Una bambina mi vede arrivare da lontano e capendo il mio disorientamento evidente mi viene incontro a piccoli passi, quando ormai esaurisco le poche parole in Wolof che conosco, mi guarda con uno sguardo penetrante, mi fa piccolo e quando ormai mi sento a disagio, mi regala un sorriso indescrivibile, con una finestralla tra i denti, dandomi così il benvenuto.
Raggiungo la piazza del villaggio, per comodità la identifico così per la presenza in un ampio atrio di un pozzo, di un piccolo ambulatorio e di una decina di ragazzi seduti sulla sabbia a parlare. E’ un villaggio di un centinaio di persone dai tratti aridi, tipici dell’entroterra africano. I pochi montoni brulicano tra le erbacce spontanee, un gallo a passeggio si fa strada tra le bottiglie di plastica che la cultura del riciclo non corregge.
La vita scorre a un ritmo lento imbrogliando la vecchiaia e la fame. Faccio qualche scatto lasciando che le immagini più belle non restino immobili per sempre, infilo il naso dentro una recinzione fatta di canne di bambù e resto qualche secondo nascosto ad osservare una donna giovanissima raccogliere da un piatto appoggiato a terra una manciata di riso, trattarlo con dolcezza nel palmo della sua mano fino a farlo diventare una polpetta per poi imboccare una bambina aggrappata con forza al suo petto.
A volte è proprio l’immediatezza e la genuinità di certi gesti a farci capire quanto un legame possa andare oltre quei livelli di civiltà che traducono in malesseri anche gli istinti più profondi.
L’Africa conserva il cuore originario della nostra umanità, quello che non ha bisogno di nulla per scandire instancabile la vita, quello che accelera per uno spavento improvviso, per un obiettivo raggiunto, per un sorriso inaspettato.





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