Sento un leggero formicolio ai piedi, la mia mente ancora lontana sta correndo con le spalle rivolte alla luce, apro uno spiraglio tra le palpebre e percepisco appena il reticolo stretto di una zanzariera che affetta i raggi del sole con eccentrica simmetria.
Sento il calore delle dita sottili di Baba mentre forzano la chiusura appiccicaticcia dei miei occhi, poi il suo sorriso, il mio sguardo serio, la sua paura di aver fatto la cosa sbagliata, la beffa nella mia espressione, ancora il suo sorriso che vorrei non vederglielo mai scucito da quel visetto buffo.
Raggiungo gli altri nel patio della mezon, i grandi del gruppo stanno organizzando con la bozza di una piantina davanti i lavori che affronteremo in mattinata e con un buongiorno appena percettibile scivolo silenzioso in spiaggia seguito da Baba, attento a emulare le mie mosse senza eccezioni.
Mi siedo su un tronco, Baba si lascia andare sulla sabbia fine spaventando un granchietto che si nasconde velocemente nella prima tana disponibile.
Mi accorgo che lungo la spiaggia del villaggio di Mboro sur mer si sono accalcate un sacco di persone, tutte con lo sguardo verso il mare, sagome pietrificate, come se le onde dell’oceano le avessero ipnotizzate.
Lentamente mi avvicino e comincio ad avvertire pianti sommessi, aumento l’andatura, Baba mi precede di qualche metro, alcuni ragazzi entrano nel mare intenti a raccogliere qualcosa che la bassa marea restituisce alla riva. Comincio a correre, il pianto femminile ora è sempre più intenso, Baba viene inghiottito dalla folla e quando riesco a farmi spazio raggiungendo il confine disegnato dal mare vedo tre corpi di giovani ragazzi stesi, immobili, con lo sguardo che non imprigiona più il calore del sole.
Quella notte nove ragazzi avevano tentato di raggiungere una nuova vita, sopra una piroga, sfidando l’oceano, sfidando la paura, sfidando la sorte in cerca di una terra dove costruire una nuova esistenza, inseguendo una speranza. Ora l’abbraccio tenero del villaggio, degli amici si stringe attorno a loro ridandogli quel calore che il freddo oceano gli ha tolto.
Non sono neanche le undici, il sole stempera i colori del paesaggio, la stanchezza comincia a farsi sentire mentre lavoro fianco a fianco dei miei nuovi amici da più di tre ore, ma neanche più l’acqua riesce a darmi l’illusione di poter resistere a quel clima torrido. C’è chi impasta il cemento con la sabbia, chi prepara la forma per modellare i mattoni, chi porta i mattoni in spalla all’interno del dispensario medico e chi scava le fondamenta, una catena inarrestabile di visi bianchi che si confondono con la terra mescolata al sudore a quei visi neri dal sorriso limpido, genuino, da cui riesci a trarre una forza inimmaginabile.
Prima di riprendere il mio lavoro cerco con lo sguardo dov’è finito il figlio del medico, Baba, finché lo scorgo in un campetto di terra dietro il mercato di Mboro a giocare con una palla di pezza. Con quel ragazzino non scambiavo neanche una parola, lui conosceva solo il Wolof, io qualche parola di francese e così decidemmo in un patto bilaterale di parlarci a gesti, sguardi e con qualsiasi altro mezzo con cui si potesse tradurre un’emozione, un bisogno, un sentimento senza le parole.
La bellezza di quel linguaggio stava proprio nell’assenza completa delle parole inutili, di tutte quelle frasi che si dicono ogni giorno ma che non trasmettono nulla, è come se avessimo un linguaggio capace di tradurre nell’immediatezza sempre il nocciolo della questione senza paranoie linguistiche, senza vuote perifrasi, senza intermediazioni. Un linguaggio che puoi utilizzare solo se riesci a sintonizzarti con l’altro e io adoravo farmi piccolo piccolo per capire il suo linguaggio e lui si sforzava di farsi grande per capire il mio.
Alle mie spalle il nuovo dispensario medico si sta materializzando e il nostro progetto si sta concretizzando sempre di più ma il mio pensiero corre lontano a quei ragazzi, a quel debole orizzonte che divide la vita dalla morte, la speranza dalla paura e alla presunzione di credere che ognuno di noi possa donare vita e speranza in un mondo non necessariamente lontano dal nostro.





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Per esprimermi al meglio dovrei usare il linguaggio senza parole,sionimo di linguaggio universale.
Non èpossibile in questo contesto.
Ho letto e, riletto, quanto è scritto qui sull’Africa: se non fosse in noi sarebbe come se non fosse mai esiatita.
grazie
caterina
A breve dovrò tornarci e non vedo l’ora. Amo girare il mondo quando riesco a sfuggire dal mio lavoro ma c’è qualcosa in quel posto che mi tira a sè forse perchè ormai un pò fa parte anche di me.
grazie a te
stafano