Scozia, un cardo sulla piana di Culloden © Andrea Lessona
Nel cielo grigio delle Highlands, il vento soffia forte. Sferza il campo di Culloden e piega il cardo selvaggio. Le folate sembrano volerlo strappare dalle sue radici: ma il simbolo della Scozia vive.
Cammino per questa terra brulla divisa da sentieri in terra battuta. Ogni zolla è una ferita che trasuda sangue e ricordi: quelli dell’ultima battaglia combattuta sul suolo britannico tra le forze reali inglesi degli Hannover, comandate dal duca di Cumberland, e i ribelli scozzessi di Carlo Edoardo, l’ultimo degli Stuart.
L’ho vissuta in 3D, nel Centro costruito in stile moderno, vicino al terreno dello scontro, e inaugurato nel dicembre del 2007. Corridoi disseminati da grandi teche conservano vecchi stendardi, mappe lise e vestiti di un periodo lontano. Alle pareti, i dipinti del conflitto e di chi ha combattuto.
Poi sono entrato nella stanza delle proiezioni. Di fronte avevo un mega schermo, altri due ai lati: trasmettevano simultanei la ricostruzione della battaglia. Era una mattina come questa, quando il 16 aprile 1746 si scontrarono due ideali: una Scozia assogettata a Londra, una Scozia libera e sovrana. Da una parte c’erano dieci mila uomini addestrati, equipaggiati, organizzati. Dall’altra un manipolo di meno 5000 scozzesi mal in arnese, stanchi, affamati.
In poco più di un’ora gli inglesi avevano vinto. Circa 1.250 soldati di Carlo Edoardo, meglio conosciuto come Bonnie Prince Charles, rimasero uccisi. Altrettanti furono feriti. 558 vennero fatti prigionieri. Le milizie degli Hannover persero cinquanta uomini con 259 feriti. Fu un massacro.
Esco dal Centro, tra le raffiche di vento sento il suono sordo del temporale. O forse è l’eco lontana dei cannoni che rimbombano nelle mie orecchie. Prendo il sentiero che dall’edifico porta al vecchio cottage di Leanach. Una volta era una piccola fattoria: l’unica sopravvissuta nel campo di battaglia. Continuo nella pioggia e passo dove un tempo esisteva un granaio. Qui, secondo la coppia della mappa, furono rinchiusi e arsi vivi trenta ribelli.
Proseguo sul sentiero che taglia il campo. Nel cielo sempre più grigio aleggiano bandiere rosse. Secondo la riproduzione della mappa originale, sono entrato nella zona presidiata dai militari di Sua Maestà. Lo sguardo si perde in lontananza dove altri stendardi, questa volta blu, fissano le sottili linee scozzesi.
Cammino sino a un tumulo di pietre, simile a una pira. Una targa incastonata alla base ricorda che “La battaglia di Culloden fu combattuta in questa landa il 16 aprile del 1746. Le tombe dei valorosi Highlanders che lottarono per la Scozia e il Principe Carlo, sono contrassegnate con i nomi dei loro Clan”. Mi giro appena, e il verde della brughiera è spezzato da lapidi dei caduti che sacrificarono la vita per un sogno.
Mentre fisso queste pietre, le immagini della battaglia, raccontate nel filmato al Centro, mi scorrono nella mente. Ragazzi imberbi si scagliano con scudi e lunghe sciabole contro il fuoco mortale dei moschetti inglesi. Molti restano a terra esanimi, altri, feriti, vengono finiti con un colpo di baionetta tra urla atroci. Il terreno si colora di sangue. Scorre denso e tinge le acque limpide del “Pozzo della morte”. Qui, proprio a davanti a me.
Cartina alla mano, continuo verso la zona dove c’era il quartiere generale di Carlo Stuart. Immagino questo giovane preparare lo scontro con i fidati Highlanders. Nessuno dai tempi di William Wallace, il più grande eroe di Scozia, era riuscito a entrare nei cuori ribelli degli scozzesi come Charles.
Lui era l’impersonificazione di un sogno, di una speranza, di un futuro di Libertà. Rappresentava il mito medioevale celtico: il ritorno di Re Artù da Avalon, l’isola oltre il mare, per comandare i Celti e ricostruire un regno giusto. E lui sentiva di incarnare questi ideali in cui credeva profondamente.
Rivivo i momenti finali dello scontro: gli inglesi hanno sfondato le ultime difese. I cavalli lanciati al galoppo travolgono le retrovie e si avvicinano al quartier generale. Charles stringe lo scudo con il grifone, simbolo di nobiltà e protezione divina, e la spada con l’impugnatura intarsiata da una piccola corona e un diamante incastonato nell’elsa: non intende scappare. Vuole la morte con i suoi uomini.
Alcuni ufficiali cercano di convincerlo. Poi, quasi a forza, lo caricano sul suo destriero e lo trascinano via con sé. Prima di fuggire, Carlo si guarda un’ultima volta indietro e dice: “Everyone needs stroke luck sometimes”. La battaglia è persa, il sogno infranto.
La pioggia ha smesso di cadere. Prima di lasciare la landa, guardo per un’ultima volta il cardo: è ancora piegato dal vento, ma il simbolo della Scozia vive.
"Isole Cayman" di Tricia Hayne - FBE Edizioni/Bradt Travel Guides, 2009
"Il ragazzo che parlava col vento" di Pascal Khoo Thwe - Edizioni Piemme, 2008

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