L’orizzonte che si ritaglia fra il gesto di un eco appoggiato sul divano. Due mani che s’incrociano lì dove il mondo ha rinunciato ad asportare sangue di contrabbando legalizzato. Con lo sguardo appeso a un carico di pietre sopra il mare. Con gli occhi talvolta un po’ a corto di diagonali.
C’è il viaggio. Durato quattro anni. Del regista Gianfranco Risi, fuori Los Angeles. Più precisamente a 250 km a sud della megalopoli americana. Nella cosiddetta terra di nessuno, a quaranta metri sotto il livello del mare, in una base militare abbandonata. In pieno deserto.
“Gente che non crede nelle istituzioni. Degli anarchici”. Sembrano venire dal futuro. O esserci già stati, ed essere rimasti scioccati per quello che ci aspetta. Visonari, ribelli, hippy? Spesso, anziani che vengono a svernare. “È un luogo che accoglie gli estremi. C’è un tacito accordo tra la comunità e l’area”.
“È un mistero per me/ Abbiamo un’avidità, ma che abbiamo accettato/ Pensi di dover volere più di quello di cui hai bisogno/ Finché non hai tutto non sarai libero/ Società, sei una razza folle/ Spero che tu non sia sola, senza di me”, cantava Jerry Hannan, nella bellissima Society, poi ripresa da Eddie Vedder per il film Into the wild, di Sean Penn.
È nato così il documentario Below sea level. Poco più di cento minuti (nonostante le 120 ore di materiale complessivi) che si articolano attraverso le storie di Ken e Lily, di Carol e Wayne, di Mike, Cindy e Sterling. Non un filmato silenzioso. Un rispettoso avvicinarsi ai personaggi. Alle storie umane.
È la nuova povertà. Quella del sogno americano che sa distribuire ricchezza, e allo stesso tempo fa perdere tutto (lavoro, casa e famiglia) in pochi mesi. È la povertà (di altro tipo) che si trova a dover affrontare Anberber, il protagonista di un’altra storia: il film Teza, del regista Haile Gerima.
Come descrivere un mondo che un tempo ci apparteneva, ed ora piombato nel caos per la venuta di un dittatore? È quello che succede a un medico etiope rientrato in casa, dopo esseri formato professionalmente in Germania.
Il regista stesso ci parla del lungo processo per arrivare al risultato finale. Di come, a differenza della nostra tradizione, in Africa ci siano meno scritti e ci si basi più sul racconto orale. I primi monumenti laggiù, li fecero gli italiani.
E su questo è chiaro Gerima, “gli esseri umani devono mettere avanti la loro identità”. E quel suo finale coi bambini, vuole essere una sorta di passaggio di testimone? Loro sono le nuove generazioni che non devono vendere le proprie origini all’omologazione del capitalismo mentale.
Come ha concluso Natalie Portman, alla conferenza stampa di presentazione del suo corto Eve: “Col cinema si può ancora condividere qualcosa. Si può instaurare dell’empatia. Alcuni film sono prodotti fantastici che hanno la forza di comunicare veramente”.





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