Kenia. Africa nera. Quell’Africa dove i missionari convertono le popolazioni locali dalle loro religioni a quella cattolica. Ma qui il cattolicesimo si è adattato ai costumi africani.
Non è inusuale, infatti incontrare molti samburu, pastori nomadi guerrieri, parenti dei masai, professare il credo cattolico, recarsi alla messa domenicale, pregare e avere al proprio seguito tre, quatto mogli e relativi figli.
A cinque ore da Nairobi, capitale kenyota, lungo un tragitto impervio, incamminandosi verso la boscaglia, si scopre un mondo nel mondo. E’ Ndugu Zangu.
Comunità nata per volontà di un ex operaio edile lombardo che, ormai in pensione, ha deciso di nascere una seconda volta. E stavolta in Kenya. Qui, in mezzo al nulla, ha creato alcuni anni fa, una sorta di cooperativa dove tutti lavorano.
Ognuno ha un ruolo e ognuno lo insegna ad altri. E’ un piccolo campo, con il suo ospedale, il suo pozzo, la sua terra da coltivare, la sua dispensa e cresce, sia grazie alla solidarietà italiana, sia all’impegno profuso dagli africani.
Perché l’Africa è un patrimonio di tutti, ma l’Africa è, soprattutto di chi la vive.
Oggi, è un gran giorno a Ndugu Zangu, il cui nome significa fratellanza. La comunità è stata invitata a partecipare ad un matrimonio samburu. Due giovani della stessa tribù, ma di villaggi diversi.
Alle nozze sono invitati i musungi, ovvero i bianchi, anche se a Ndugu Zangu i bianchi sono pochissimi e di passaggio.
Si tratta di sposare la prima moglie e, quindi è un evento importante. In seguito l’uomo potrà decidere di unirsi anche ad altre donne.
Ogni donna, nella famiglia africana, cura la gestione della capanna e dei figli. A questi compete il pascolo del bestiame, mentre gli uomini, sempre abbigliati da guerrieri, trascorrono le giornate sotto le acacie.
I bambini, se fortunati, hanno la madre e una serie di “seconde madri” che, altri non sono che le varie mogli del padre.
I due promessi si sono incontrati qualche giorno prima delle nozze. Lui ha visto la ragazza mesi addietro e, rispettando la tradizione, l’ha chiesta in sposa al padre a cui ha offerto la dote.
Capre e mucche.
Ad accordi presi, il giovane è stato presentato alla futura moglie. Lei, che non può rifiutare le decisioni paterne, ha ventitre anni. Non giovanissima, secondo la media delle spose che convolano a nozze verso i quattordici anni.
I festeggiamenti durano due giorni. Il primo giorno, le nozze vengono svolte nel villaggio di lei. Il successivo in quello di lui dove la sposa vivrà per sempre. Potrà tornare nel suo, previo consenso del coniuge, solo per visite alla famiglia.
Gli sposi e i partecipanti sono vestiti prevalentemente di rosso. I volti e i busti, soprattutto i colli, sono tinti di terra rossa. Sul capo hanno una specie di fascia che cinge il cranio rasato, fatta di perline colorate.
E al centro di questa fascia, gli uomini recano un cerchio, mentre le ragazze un pendaglio triangolare.
Gli abiti nuziali sono semplici e preziosi. La sposa indossa una sorta di mantello o pareo che le abbraccia il corpo.
E’ rosso. A fantasia, e le arriva alle caviglie.
Una collana vistosa, pesante, di perline gialle, nere, azzurre, bianche e, naturalmente rosse, le adorna il collo e scende fino alle spalle. Centinaia e centinaia di cerchi di perline sovrapposti tra loro. Ai lobi, forati a grandezza di una moneta, orecchini intrecciati.
Lo sposo ha in vita un’ampia fascia rossa che gli copre le gambe. Una cintura di corda e braccialetti ai polsi e alle caviglie. Sempre di perline. Tutti, qui si abbelliscono con le perline.
L’aspetto più suggestivo del rito matrimoniale è una sorta di danza tribale. Gli uomini si raggruppano e, uniti, intonano canti e lamenti.
In cerchio tra loro saltellano sul posto, fino a quando qualcuno sviene. Adagiato sul terreno, è in preda ad una specie di trans.
Gli anziani dicono che, in questo modo, si raggiunge la spiritualità. Si hanno le visioni.
Accantonata questa trascendenza, si passa alla marcia. In file più o meno ordinate, uomini e donne samburu camminano con lunghi bastoni in mano. Compiono ampi giri a propiziare il matrimonio ai loro amici.





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