Tramonto su Omaha Beach © tai_strietman
L’alba è una sottile linea rossa, schiacciata tra il mare e il cielo, nell’orizzonte della Normandia. Cammino la spiaggia soffice di Omaha Beach nel silenzio sussurrato dal vento e dall’oceano Atlantico.
Doveva essere così anche quel giorno lontano nella Storia, prima che le acque diventassero d’acciaio e il cielo di fuoco. Era il 6 giugno del 1944, il D-Day: navi di ogni stazza si erano staccate dalla vicina Inghilterra per portare uomini e mezzi in Francia e liberarla dal giogo nazista.
Il primo colpo di cannone avvisò i tedeschi asserragliati nei bunker sulla collina: l’Invasione era iniziata. Le imbarcazioni al largo e gli aerei dall’alto cominciarono a scaricare tonnellate di piombo, sino a rendere l’aria irrespirabile. Dovevano sgomberare il terreno ai soldati per quello che sarebbe rimasto per sempre il più grande sbarco della Storia.
Ingannati dal fumo, i colpi degli Alleati finirono nell’interno, e quando i primi uomini della 29° Divisione di fanteria americana toccarono terra furono falciati dal fuoco incrociato di mortai e mitragliatrici. Il primo cadde qui, proprio dove sono adesso, su questi otto chilometri di spiaggia fine che si stendono tra Sainte Honorine des Pertes a Vierville sur Mer, nel dipartimento del Calvados, Bassa Normandia.
Tutto il mondo conosce la zona come Omaha Beach: era il nome in codice dato a una delle cinque aree (Sword, Juno, Gold, Utah) su cui poi sarebbero sbarcati le Truppe di Liberazione. Su questa spiaggia, che mi regala un senso di pace infinita, gli Alleati registrarono il maggior numero di perdite.
Molti annegarono prima ancora di toccare terra, appesantiti dall’equipaggiamento e rovesciati dalle imbarcazioni trivellate di colpi. Così i pochi superstiti si asserragliarono sotto quel muraglione verticale, laggiù, nella speranza che i genieri aprissero una breccia. Furono lunghe ore strazianti: vita e morte si combatterono per vincersi, e solo l’eroismo di alcuni ufficiali consentì ai superstiti di fare quadrato e di superare le linee nemiche.
Lascio la spiaggia e risalgo la collina. Qua e là ci sono ancora le torrette tedesche, gli ultimi resti di una fortificazione vinta. Una bambina bionda gioca con il padre: ride a cavalcioni sul cannone che spunta dall’erba alta. Più in là, un gruppo di camper è parcheggiato vicino alle trincee. Un signore infagottato nel suo giubbotto rosso mangia un panino e scruta l’orizzonte con il binocolo. “Bello, davvero bello”, dice alla moglie seduta sulla sdraia a bere il caffè.
Vago senza meta per queste colline, un senso di vuoto pesante dentro, e arrivo al Cimitero Americano di Saint Laurent. Una distesa infinita di croci bianche riposa in questo silenzio assordante, rotto solo da un bimbo che corre scarmigliato con una mazzo di fiori gialli in mano.
Proseguo il mio giro nell’interno per arrivare là, proprio sopra il Poiunte du Hoc, il costone di roccia sotto il quale erano imbottigliati gli americani. Il cielo si copre e diventa grigio piombo. Mentre lo guardo, in lontananza mi sembra di sentire colpi di cannone. Invece è solo il mare che si gonfia e sbatte sulle rocce. Lo vedo bene da quassù arricciarsi e morire a riva in onde sempre più grandi. Chi cercò di scalarlo in quel giorno di 65 anni fa finì dabbasso sfracellato o morto crivellato appeso a una corda.
Torno sui miei passi mentre le ore passano lente, quasi estenuanti. Vicino al bagnasciuga incontro il monumento eretto per ricordare lo Sbarco e i caduti. Una lunga stele si alza nel cielo della Normandia. I caratteri sono tutti maiuscoli e grandi. Forse per non dimenticare. “Le Forze alleate sbarcate sulla spiaggia che chiamano Omaha Beach liberarono l’Europa il 6 giugno del 1944”.
Vicino, le bandiere di diverse nazioni aleggiano nel vento, impregnato di salsedine. Guardo al largo. Il tramonto è una sottile linea rossa, schiacciata tra il mare e il cielo, nell’orizzonte della Normandia.

Viaggio sopra le falesie che hanno visto la storia. Quelle del celebre sbarco degli Alleati in Normandia nella Seconda Guerra Mondiale. Un’intima intervista con le rocce, finalmente narratrici.

Una lunga circospezione davanti e dentro la cattedrale di Amiens. Rilassanti passeggiate tra Mers-les-Ben e Le Treport, per poi dileguarsi in una romantica fuga verso la piccola (e magica) Creully.

A Hitler non interessava il progresso della scienza: a lui interessava il progresso scientifico a fini eugenetici, razziali e militari. Per difendere la “pura razza ariana” e vincere la guerra.
Just imagine…deeply, in your heart.
Thankyou
caterina
Not to forget…
Thanks to you, Catherine.
MAI DIMENTICARE
NEVER FORGET
Su quella spiaggia sacrificarono le loro vite in modo che oggi possiamo essere quelli che siamo… Ogno uomo che ha messo piede sulle spiagge era un eroe…
troppa gente è di memoria troppo corta, e dimentica che quei ragazzi hanno attraversato l’oceano per venire in europa a morire anche per noi. Sergio Vacondio