Mi ricordo una fotografia che capitò nelle mie mani: un palazzo decorato da infiniti fori di proiettile che quasi simmetricamente si espandevano sulla facciata dipinta di un austero grigio burocratico.
Sarajevo era ancora in ginocchio dopo tutto ciò che era successo. Lentamente però aveva rialzato la testa ritrovando la luce calda del sole.
Oggi le cose sembrano parzialmente cambiate. Le ferite, forse non rimarginabili, scorrono più sui volti e nei cuori delle persone piuttosto che sul viso della città che lentamente viene ricostruita.
Infatti il vecchio e suggestivo centro, Bascarsija, è ritornato com’era un tempo dopo un paziente e lungo restauro e camminare sulla Ferhadija, la strada più elegante della città, riempie il cuore di fiducia e speranza.
Anche se questi sentimenti corrono solo sul filo della materialità, una vetrina accesa e ricca di prodotti sembra per un attimo far dimenticare i fori di proiettile che segnano ancora gli edifici governativi del centro città.
Terra sfortunata in bilico nel tintinnio dei proiettili. Come poter dimenticare che qui nel 1914 l’arciduca austriaco Francesco Ferdinando ha trovato la morte per mano di un nazionalista?
Guerra su guerra: poco tempo fa quella dei Balcani, allora la prima mondiale. Una maledizione che si spera aver lasciato questi luoghi per sempre. Spazi che mozzano il fiato se si pensa all’assoluta opera che la Natura qui ha compiuto.
Sarajevo è infatti una delle poche città europee che si eleva fino a novecento metri sopra il livello del mare attorniandosi di suggestive montagne di duemila metri che la chiudono in un silente e freddo abbraccio.
Un abbraccio che si replica nel gusto del Ćevapi o anche chiamato ćevapčići, specialità bosniaca cucinata con la benedizione dei prodotti della terra in un mix di carni macinate e fragranti spezie.
Ma la storia di Sarajevo si apre anche all’arte. Immancabile allora una visita alla Alipašina džamija, suggestiva moschea eretta nel 1561 vicino alla tomba del governatore bosniaco Ali-pasha, originario di questi luoghi.
Il sapore mediorientale non finisce qua e si estende anche al grazioso Baščaršija, mercato che ricalca propriamente le radici del tipico suk arabo.
Altre cose meritano d’essere viste. Il colore verde, che poi è quello della speranza, vuole chiudere questa velocissima carrellata.
Il giardino botanico, facente parte del complesso del Museo Nazionale, racchiude in sé più di duemila specie di piante provenienti da tutto il globo che colmano il centro città di una romantica quiete.
Verde, per la speranza di un domani. Verde che riempie il cuore di una Sarajevo che non si arrende.





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