Arrivo a Saragozza venerdì santo, alle ore 18 circa. Ho già sentito parlare delle celebri processioni nel periodo di Pasqua. Ma non mi sarei mai immaginata questa emozione.
La prima cosa che mi colpisce è un suono continuo e roboante, un ritmo che viene da lontano, echeggiando nelle strade. Penso istintivamente alle trombe dell’Apocalisse.
Spinta dalla curiosità, supero la folla che è assiepata ovunque sui lati delle strade e riesco a guadagnarmi la posizione migliore.
Spalanco gli occhi dalla sorpresa. Di fronte a me, sfilano migliaia di figuranti, uomini, donne, bambini. Tutti indossano un costume lungo ed un copricapo con un cappuccio a punta.
Il suono che sentivo è prodotto da centinaia di tamburi, che vengono percossi con ritmo forsennato, e da trombe dal suono stridulo e acre.
Un brivido mi scende lungo la schiena: d’un tratto mi sembra di essere ritornata al XII secolo, quando iniziò a Saragozza la tradizione della via Crucis.
A quel tempo diverse confraternite di laici, ognuna vestita in modo diverso, con simboli arcani e strumenti differenti, camminavano per le strade alla luce delle fiaccole, pregando per la morte di Cristo, e per il suo mistero.
La tradizione continua ancora oggi. Sono numerosissime le confraternite che si danno appuntamento qui ogni anno.
Ognuna, oltre ai figuranti che sfilano suonando, porta un carro con statue di Gesù, della Madonna o dei santi, che emergono in un tripudio di fiori, riccamente vestiti.
Li guardo mentre il battito dei tamburi diventa un ritmo ipnotico, la gente cammina quasi in trance seguendo la processione. Spirali di incenso pervadono l’aria, rendendo in certi punti difficoltosa la vista.
I carri con le figure sacre mi passano vicino: mi guardano dall’alto, quasi nascoste dallo sfavillio delle luci. Cosa mi vogliono dire i loro volti? Chi si nasconde sotto gli elaborati copricapi a punta, dietro i vestiti decorati con strani simboli?
Penso all’impressione che poteva fare questa processione nel passato, quando non esistevano né cinema né televisione.
La sfilata procede per parecchie ore. E’ quasi mezzanotte quando le confraternite, coi loro gonfaloni, entrano nella chiesa barocca di santa Isabel.
Cerco di seguirli, per penetrare nell’arcano dei loro misteri, ma un pesante portale di legno nero mi si chiude davanti. Entrare è impossibile.
Rimango all’uscita per parecchi minuti, stordita, la piazza antistante alla chiesa è ormai deserta.
Una pioggia leggera mi riporta alla realtà.
E la serata prosegue in un tapas bar, con uno strano senso di meraviglia e mistero che mi aleggia nell’anima.





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