Provincia di Varese. A pochi chilometri da Laveno, in località Reno e quasi dirimpetto a Stresa, si trova il santuario di Santa Caterina del Sasso. Il luogo è suggestivo per la conformazione rocciosa della sponda senza riva.
Questa è una zona della costa lombarda del lago Maggiore la quale, seppur conosciuta, non ha l’affluenza turistica che meriterebbe. Non a caso è chiamata, non senza provocazioni, la “sponda magra” del lago dai suoi stessi abitanti.
La storia del santuario è singolare, quasi avvolta nella leggenda, pertanto merita di essere raccontata.
Fine del secolo dodicesimo. Un uomo assai ricco e potente, Alberto Besozzi, rimasto orfano di padre in tenera età, accecato dagli eccessi dell’oro, cade rapidamente negli eccessi della frode, del raggiro e dell’omicidio.
Interessante constatare come nel corso dei secoli certi figuri non siano spariti del tutto, anzi.
Un giorno, tornando dal mercato di Lesa (il più antico della zona, tenuto sino al 1312, poi passato ad Arona) l’imbarcazione dello sventurato fu colta da una terribile tempesta. La barca si capovolse e, travolta dai flutti, portò alla morte i passeggeri.
Non tutti: Alberto, scagliato lontano da un’ondata gigantesca, riuscì ad aggrapparsi a una parte dell’ormai sventrata imbarcazione.
Il misero naufrago apparve e disparve parecchie volte, ora inghiottito ora restituito dal lago che pareva volesse fargli scontare in una sola volta le sue malefatte.
Finalmente, un’onda più impetuosa delle altre, scagliò l’uomo sopra una grande roccia, detta “Sasso Bàllaro”.
Mentre era in balia degli elementi Alberto aveva però trovato la forza di rivolgere una preghiera a Santa Caterina d’Alessandria (d’Egitto, ndr) culto diffuso nella zona, portato dai crociati che ritornavano da oriente.
Aveva promesso che, se si fosse salvato, avrebbe trascorso il resto della vita da eremita.
Alberto mantenne la promessa. Pochi giorni dopo andò a visitare la famiglia, raccontando la sua esperienza. Vendette ogni suo possedimento, restituì il danaro rubato e fece ritorno al luogo del naufragio dove, cibandosi di erbe e del poco pane che i naviganti deponevano nel cesto che calava dall’alto, visse in miseria.
Scoppiata una pestilenza, l’eremita indusse la popolazione, per scampare al flagello, a costruire una chiesetta dedicata a Santa Caterina. La proverbiale e ahimé ormai scomparsa laboriosità lombarda riuscì in un’impresa quasi impossibile (soprattutto considerando i mezzi dell’epoca) e presto il tempietto a cupola ottagonale prese forma.
Dopo la morte del beato Alberto, nel corso degli anni, furono edificati un altro piccolo tempio ed un convento di domenicani.
Oggi, epoca di automobili, un moderno piazzale da poco ampliato, accoglie il visitatore e la propria vettura. Per accede al santuario è necessario preventivare una discesa di almeno trecento gradini, ma la scalinata è in ottime condizioni e da poco restaurata.
Come spesso accade durante le visite ai monumenti, tempo e fatica non sono assolutamente sprecati, il luogo sacro è in buone condizioni e pure il panorama è da togliere il fiato, tempo permettendo.
Il santuario è di proprietà della Provincia di Varese da quando, negli anni settanta, in condizioni di assoluto degrado la curia (forse non a caso) lo vendette.
L’amministrazione ha provveduto al restauro dei vari edifici che nel corso dei secoli sono stati aggiunti: la cappella di Santa Maria Nova, quella di San Nicola, e vari corpi del convento. Dopo sedici anni, nel 1986, il monastero finalmente riaprì al pubblico.
Una volta entrati, ci si trova nel portichetto del convento meridionale, caratterizzato da sette arcate, dal quale si può ammirare un panorama vastissimo del lago.
Sia il portico, sia i vari locali, tra i quali la sala capitolare, la foresteria e il refettorio, presentano tracce più o meno estese di affreschi, che fanno immaginare l’originario splendore del complesso.
Esternamente ad una delle arcate, è ancora presente un argano in ferro battuto grazie al quale veniva prelevata l’acqua da un pozzo ubicato presso l’attuale sede dell’imbarcadero.
Pochi passi ed ecco il cosiddetto “cortile del torchio”, caratterizzato proprio dalla presenza di un torchio, peraltro piuttosto ben conservato, mediante il quale avveniva la spremitura di uva ed olive da parte dei carmelitani.
Si accede poi al piccolo convento domenicano. Pregevoli sono gli affreschi che vi si trovano all’interno, raffiguranti l’allegoria della morte.
Il tema della morte che irrompe nella vita quotidiana era piuttosto sentito durante l’epoca medioevale ed era utilizzato come strumento “didattico” per indurre la popolazione a cercare la salvezza nella fede.
Nonostante il complesso meriti di essere visitato, l’afflusso turistico rimane comunque sotto le aspettative, o meglio, inferiore alle reali capacità ricettive.
Volendo essere positivi, si potrebbe pensare che a monte sia stata compiuta una scelta votata a non privilegiare un afflusso turistico di massa, tuttavia non è così.
La sensazione è che la Provincia di Varese, peraltro abbondante di tesori di questo genere, non sappia investire nei suoi beni, precedentemente restaurati a caro prezzo.
Il turista di passaggio troppo spesso giunge all’eremo solo grazie ai consigli ricevuti lungo la strada, o durante una chiacchierata con un cameriere nei tanti locali nella zona.
Nell’era di internet, il passaparola non basta più.






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vale veramente la pena di vedere questa perla sul lago è un posto incantevole ,che dona serenità.