Nel cuore del Chiapas, lo stato del rivoluzionario Subcomandante Marcos, a pochi chilometri di distanza dalla turistica e graziosa San Cristobal de las casas, c’è un misterioso villaggio dove sacro e profano, riti indigini e globalizzazione si fondono in una mistica miscela dando vita a: San Juan Chamula.
Accompagnato dalla guida “Mario Loco” e dal suo fido scudiero un inquietante tassista (è sconsigliato andar da soli in questo villaggio, ma anche con la guida visto il suo nome è tutto un programma) arrivo in un piccolo agglomerato rurale.
E’ immerso nella campagna dove le case al posto del cemento armato hanno fango secco e canne di bambù e dove il tempo viene ancora misurato con la meridiana.
La lingua ufficiale non è lo spagnolo ma un dialetto che trascina con sè ancora i semi dell’antico linguaggio Maya, la forma di commercio è il baratto, e leggi e le sue osservanze sono decise dal capo villaggio.
Sceso dalla macchina il primo posto che la vista scorge è inquietante: un cimitero a cielo aperto, con croci di diverso tipo e di diverso colore (nere, blu e bianche). I colori distinguono il sesso del defunto, l’età e il tipo di decesso.
A far da contrasto con questa mesta visione, sono gli occhi grandi, neri e vispi di due bimbe che vogliono regalarmi due braccialini di stoffa dietro un piccolo compenso (delle matite colorate, che la guida mi aveva consigliato di portarmi per far felici i bimbi del villaggio).
Camminando per qualche centinaia di metri arrivo al centro del villaggio dove c’è una piazza caratterizzata da una Chiesa dalla facciata bianca: la vera “attrazione” del posto.
Il buon Mario Loco mi avvisa che a San Juan Chamula è vietato fotografare le persone e soprattutto i riti all’interno della Chiesa perchè, secondo un’antica tradizione, le foto ruberebbero l’anima del soggetto fotografato.
E aggiunge anche che non sono stati rari i casi di turisti aggrediti per non aver ottemperato a questa “regola” del luogo.
Quasi con una sorta di timore ed incertezza entro nella Chiesa dove mi si presenteranno di lì a poco, visioni a dir poco sconcertanti.
Il pavimento è cosparso di aghi di pino che stanno a rappresentare la fertilità della terra, ed il contatto tra l’uomo e madre natura; candele accese e bottigliette di vetro di Coca Cola per lo più (ma non mancano Fanta e Sprite) sono disposte tutte intorno ai fedeli.
Intere famiglie di persone inginocchiate a terra recitano incomprensibili litanie a bassa voce che, andandosi ad unire, danno corpo ad un mistico brusio di sottofondo che mi accompagnerà nella mente anche una volta uscito da quel posto.
Intorno alle pareti statue di Santi di ogni tipo e provenienza, (oltre all’immancabile icona della Vergine del Guadalupe, presente in ogni angolo del Messico) ai quali le vengono rivolte le preghiere della gente.
Ogni famiglia porta con sè, in un sacco di juta, un gallo o una gallina, a cui verrà tirato il collo alla fine delle preghiere in sacrificio al Santo venerato.
Pensando di aver visto abbastanza mi accingo confuso ad uscire, ma capisco di non aver visto ancora tutto quando scopro anche il significato delle bottiglie di Coca Cola a terra.
Mi accorgo che la gente dopo aver pregato e sacrificato qualche gallina, beve la bibita gassata che ha davanti a sè e dopo pochi istanti rutta fragorosamente.
Il rito, mi spiega Mario Loco, è utilizzato per estirpare peccati ed allontanare spiriti maligni dalla propria anima.
Scoprirò in seguito che in Messico la Coca Cola è più venduta dell’acqua (ed anche più economica) e che nel tempo si è andata a sostituire in questo stranissimo rito ad un’antica bevanda alcolica locale dal colore scuro e dal sapore forte.
Suggestionato dal posto e dai rituali quasi non mi accorgo che la sacralità del luogo è continuamente “violata” da alcuni indios che alternano una chiaccherata al cellulare ad una preghiera.
La globalizzazione e le grandi multinazionali sono arrivate fin qui: Coca Cola per incenso e cellulari che annientano il rispetto di qualsiasi Dio.





Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car




