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Salita all’Alpe Veglia - foto : Panorama dall’Alpe Veglia © Mari Gonzalez
Panorama dall’Alpe Veglia © Mari Gonzalez

Salita all’Alpe Veglia

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Il cielo faceva l’occhiolino: le nubi in movimento si mettevano davanti al cerchio solare e ne oscuravano la luce. Dopo poco i raggi vincevano di nuovo. Luce, ombra, luce: sembrava quasi il ritmo dei tuoi passi, mentre iniziavi la salita dell’Alpe Veglia.

In località San Domenico, un paesino amato dagli sciatori, ti sei fermato a mangiare polenta e cervo coccolato dall’aria frizzante del mezzogiorno di montagna.

Dopo un Genepy verde per aiutare la digestione ti sei lasciato andare al rilassamento che solo gli spazi immensi di montagna sanno concedere.

Hai percorso un tratto di strada per arrivare ai piedi del tuo obiettivo. Scalare l’Alpe Veglia a piedi, assaporare ogni passo messo su quella terra ricca, grezza, ogni tanto ostile. Osservi il contorno del monte da giù: ti sembra di percepire un alone d’oro e viola che lo contorna.

Ogni sguardo attento e concentrato può vedere l’energia millenaria che si sprigiona dalle montagne. Quella stessa energia che vivrai salendo, che ti farà stare bene.

Ti sembra di rivedere il primo passo lento che hai fatto. L’inizio della scalata. Di risentire il campanaccio delle mucche che ruminavano ad inizio salita, e ti guardavano con quegli occhi buoni. Ti sembra di riprovare tutto questo anche qui, mentre stai scrivendo nel caldo umido della tua stanza.

E allora vai, continui, non ti fermi più. Ti capita più di una volta di girare in un tornante stretto e di piombare in una bellezza così acuta che sembra un urlo. L’infinito naturale che si apre innanzi ha solo i limiti della percezione umana: ma senti benissimo che se lo guardi con l’anima non ne ha.

Tocchi una parete rocciosa con le dita. L’acqua ci cade sopra, lenta, da un tempo che con la mente non riesci nemmeno a immaginare. Ti sembra molle. Il liquido è penetrato nelle molecole della roccia fino ad allontanarle. Provi refrigerio. Giù dal pendio, su un’altra montagna, cadono diverse cascate e rivoli d’acqua.

C’è n’è uno poco più avanti che interrompe la tua via. Togli le scarpe e le calze: vuoi provare ad attraversare il piccolo corso senza. Immergi i piedi e senti un freddo intenso che brucia. Ma la pelle si abitua subito. Ci rimani dentro per qualche istante, finché riesci.

La vetta sembra più vicina da lì. Ci arriverai? Cerchi in cielo la risposta e quello continua a strizzarti l’occhio. Sembra un segno: per questo prosegui senza timore. (1. continua)

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LIBRI

Ogni cosa alla sua stagione

"Ogni cosa alla sua stagione" di Enzo Bianchi - Einaudi, 2010

Torino è casa mia

"Torino è casa mia" di Giuseppe Culicchia - Laterza, 2005



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