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Repubblica Ceca, il Ghetto di Třebíč - foto : Il ghetto ebraico di Třebíč © Fede Ranghino
Il ghetto ebraico di Třebíč © Fede Ranghino
07.09.2009

Repubblica Ceca, il Ghetto di Třebíč

di Andrea Lessona

Cammino per il Ghetto ebraico di Třebíč. I miei passi si perdono nell’eco della storia, quando persone inermi venivano fatte marciare in fila e caricate sui camion. Partivano da qui, verso i campi di concentramento nazisti per non tornare mai più.

Oggi, questo luogo è Patrimonio dell’Umanità per volere dell’Unesco che nel luglio del 2003 lo ha inserito nella lista dell’Eredità Mondiale Culturale. Per non dimenticare. E il ricordo vive in queste vie dalle case colorate che hanno origini antiche.

Secondo vecchi documenti, i primi ebrei arrivarono a Třebíč tra il 1338 a il 1410. Ma solo nel XVIII secolo la zona è diventata un vero e proprio quartiere dove nel tempo sono sorte due sinagoghe, la residenza del rabbino, la scuola e l’ospedale.

I 123 edifici, quasi uno sopra l’altro, che vedo seguendo queste vie strette intersecate con piccole piazze, sono ancora quelli originali: solo cinque sono stati abbattuti.

Superando un passaggio a volta che lega il quartiere, arrivo sino alla Sinagoga Anteriore, costruita intorno alla metà del 1600. Non posso entrare, perché chiusa: oggi è usata per funzioni religiose dalla Chiesa Ussita Ceca. Ancora qualche passo lungo le stradine, costeggiando piccoli negozi, caffè e ristoranti alla moda, e mi trovo di fronte all’altra Sinagoga del Ghetto: quella Posteriore.

L’esterno bianco, quasi anonimo, tradisce l’imponenza architettonica e culturale dell’interno. Qui, l’eco della storia è ancora più forte: cammino piano nel salone principale e mi siedo su una delle piccole sedie di fronte alla guida che spiega le origini della chiesa.

E’ stata realizzata nel 1669, poi tra il 1705 e il 1707 fu ammodernata in stile barocco. Pitture preziose scivolano dal soffitto lungo le mura: motivi ornamentali e floreali si distinguono nell’opacità della sala e si intervallano con scritte liturgiche.

Salgo al piano superiore: nei riflessi del sole, che entra ballerino dalle ampie finestre della struttura, distinguo il modellino in scala 1:100 del Ghetto ebraico nel 1850. Lo protegge una teca in vetro che come altre custodisce vecchi oggetti appartenuti agli abitanti di un tempo.

Esco dalla sinagoga e riprendo le vie strette e colorate per lasciare alle mie spalle il quartiere. Costeggio il fiume Jihlava che placido scorre a fianco di Třebíč, città accogliente e ricca di fascino nella regione Ceca della Vysocina.

Accompagnati in auto da Jikta, la guida locale, Paula, l’interprete, Federico ed io arriviamo proprio di fronte all’entrata del Cimitero ebraico sul pendio nord della collina Hrádek. Anch’esso come il Ghetto è Patrimonio dell’Umanità: gli unici due luoghi di questo tipo nel mondo che abbiano avuto tale riconoscimento fuori dallo Stato di Israele.

La Hall Cerimoniale all’ingresso, dove si celebrano funzioni funebri secondo le antiche tradizioni, è stata edificata nel 1903, ma le origini di questo posto risalgano al 1620. Nel 1888 è stato ampliato su un’area che oggi copre 11772 metri quadrati.

Entro dal cancello in ferro cigolante, e cammino nell’erba soffice sino a incontrare il Memoriale delle vittime della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. Poi gli occhi vagano nel verde pace di questo luogo, intervallato dallo stile barocco e neoclassico delle oltre tremila tombe ospitate qui. La più vecchia risale al 1631.

Mentre Federico le immortala con la sua macchina fotografica, Paula mi spiega che i sepolcri contrassegnati da simboli particolari sono quelle delle famiglie più importanti. Le vedo sfilare insieme a quelle più povere, e penso che una volta Lassù torniamo tutti a essere uguali.

Esco dal cancello per ultimo. Lo accosto cigolante alla serratura, lasciandolo aperto per il prossimo visitatore.


2 commenti a “Repubblica Ceca, il Ghetto di Třebíč”

  • caterina alle ore 10:51 am scrive:

    “Moriamo davvero se non riusciamo a mettere radici negli altri”.
    Ad affermarlo è L. Toltoj,
    Perchè dubitarne?
    Quanto leggo sul Ghetto di Trebic ne è una conferma: discreta, autorevole e che non teme smentite.
    Grazie
    caterina

  • Andrea Lessona alle ore 12:09 pm scrive:

    Cara Caterina,

    grazie come al solito per il tuo commento.

    Tu hai citato Tolstoj, io ti cito William Butler Yeats:

    “I morti non sono lontano da noi… Essi si aggrappano in uno strano modo a cosa è più immobile e profondo in noi”.

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