Il vento che monta dal Tejo volteggia in Praça Marquéz de Pombal, sorvola il ponte 25 Abril coi grandi pilastri e i cavi tesi che lo sostengono. S’inerpica sulle straduzze dall’Alfama, misto all’odore di olio bruciato dei tram, intonaco fresco e baccalà.
Sfiora distratto i volti dei turisti sedotti dal grandioso monastero di Jerònimos che osserva con cipiglio il modernissimo Centro culturale di Belém, proprio lì ad oscurandogli la vista sul fiume Tejo. S’intrufola nel parco della fortezza di São Jorge tormentata la lotte remote.
Tra raschi e singulti, il vento spinge gli electricos sulle arterie che da Largo Martim Moniz, il quartiere simbolo della Lisbona multietnica, salgono ai bairros. Rincorre a stento i tram con le vecchie carrozzerie oscurate da immagini pubblicitarie.
Partono da Praça do Comércio affacciata sul fiume, un tempo accesso principale della città per chi giungeva dal mare. Ciminiere e gru, rigorosa congerie di scafi e alberi maestri, stendardi e mercantili. Qui, sei secoli fa erano all’ancora le caravelle di Vasco de Gama.
“Ogni molo è una nostalgia di pietra” scriveva Fernando Pessoa riferendosi alle banchine sul Tejo. I capannoni lungo l’Alcantara non soffrono di “saudade”, sono tutti uguali, tutti in mattoni rossi. Solo di notte s’accendono di insegne fluorescenti e di musica Tecno.
Suggestioni letterarie dei quartieri Baixa e Chiado, “terre di vagabondaggio” del Poeta lisboeta . “Gli spigoli mi fissano, realmente mi sorridono le pareti lisce”, sembra dire con lo sguardo bronzeo sotto la bombetta, seduto al cafè ‘A Brasileira in Rua Garret.
Praça do Rossio, Praça da Figueira e Praça dos Restauradores a coronare la rumorosa e animata borgata Baixa. Studenti e vecchi pescatori si ritrovano nelle “tasca”, osterie popolari a bere una ginjinha, liquore alla ciliegia, e a falar de politica e peixe.
Lisbona, capolinea di un continente dove molte storie vanno a concludersi. Lo vedi nelle architetture, nelle abitudini. Lo leggi sui volti della gente, quel senso di saudade, un misto di tristezza, nostalgia, indolenza.
E’ scritta sui muri corrosi, ravvivati a chiazze da pannelli di azulejos, nelle ringhiere moresche e sugli antichi lastricati. La brezza segue il racconto di questa struggente malinconia nelle stradine che s’arrampicano e digradano su e giù per i colli della città.
Nel vecchio tram giallo sulla Rua da Bica Duarte Belo, la ripida e stretta via del Bairro Alto che sfiora cassette vuote di frutta e birra lasciate al sole, fuori le Cervejarias tra neri bidoni a guisa di fioriere e allo svolazzare di grigi piccioni.
Si perde sulle torri della Sé, la Cattedrale in cerca d’aria, soffocata dai rossi coppi nuovi sui palazzi, comignoli, abbaini e case fatiscenti. Sopravvissuta ai rammendi del XVIII secolo con la sua facciata dignitosa in mezzo al traffico.
La trovi nel dedalo di viuzze medievali dell’Alfama, nella lagrima del Fado che canta la lontananza di gente, di terre, di amori. Nel volto olivastro della varinha che spizzica baccalà al mercato di Ribeira.
L’Alfama, un quartiere, un mucchio di vicoli chiusi dai frontoni delle case, un bisbigliare di finestre che sembrano toccarsi da un lato all’altro. Dove il cielo è una fessura tra grondaie arrugginite, tra sipari di panni stesi che odorano di lavanda e sardinhas assadas .
Inattese piazzette inclinate, tre quattro gradini in salita, in discesa. E ne trovi altre aperte al sole dove la brezza sveglia il canto di gialli canarini nelle gabbiette arrangiate, tra un tripudio di bariletti di birra stracolmi di basilico e garofani.
Antico volto di Lisbona, moresco e marinaro, allegro e malinconico. Storia e vita sono qui. Vitalità popolare di donne che muovono i fili della vivace commedia dell’arte, conversando senza sosta da un balcone all’altro, col magico miagolio della “ão” che finisce in gola.
Eco di tamburi lontani. Giorni di giugno a Lisbona, clima gioioso per le “festas dos santos populares”. Vigilia di Sant’Antonio. Giù, in Praça Marquéz de Pombal, scivoleranno dalle ruas e dai bairros, carri e costumi, cortei e vessilli coi loro suoni, colori, addobbi e profumi.
È una notte triste perché sto per andare via e non tornerò indietro. Prenderò quell’aereo che rullerà sulla pista. Il decollo, il tempo di virare sul Tejo, sorvolare il ponte 25 Abril e lasciare l’ultima intensa e teatrale immagine di Lisbona. E’ l’addio. E’ già Saudade.






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saudade una magica parola che più di altre ti entra nel cuore e rimane lì per sempre
grazie Gianna e…con tanta saudade ti saluto
marta