Sono in Piemonte, a Crissolo, nella provincia di Cuneo e sto per entrare nella grotta di Rio Martino. Questa grotta rappresenta per la valle del Po il fenomeno di carsismo più importante. E’ stata scavata dall’irruente volontà di discensione delle acque dei torrenti subglaciali, raccolte in fondo ai crepacci del ghiacciaio che ha modellato la Valle del Po.
Dal punto di vista storico, questo luogo è un concentrato di testimonianze del passato neolitico. Nel medioevo, invece, si riteneva che la grotta ospitasse le masche, le streghe della tradizione popolare locale, spiriti maligni, esseri infernali che qui si riunivano per diffondere i loro malefici all’umanità. Poi arrivarono i gesuiti che esorcizzarono la grotta.
Mi addentro in Rio Martino. L’ingresso è angusto, buio, suggestivo. Sembra un enorme morso di un gigante dato alla montagna. Le fauci della terra mi accolgono. Sono dentro. Torcia accesa, di quelle che si mettono sulla testa, a mo’ di fascia, così da avere le mani libere. Il percorso interno è articolato e un po’ incerto.
Solo la parte inferiore è aperta al pubblico, ma non bisogna attendersi che Rio Martino si presenti con scalette, passatoi, camminatoi stabili per agevolare il sentiero. Qui, ci sono alcune assi di legno disposte in modo da formare una sorta di unico corridoio su cui muovere i propri passi.
Dentro c’è solo silenzio e, ogni tanto, il ticchettio di gocce d’acqua che trasudano dalle pareti rocciose. La roccia è liscia, a tratti levigata, quasi morbida, sicuramente opera dell’acqua sotterranea, del lavoro di secoli. Il tempo scorre diversamente negli anfratti terrestri e ciò che a me pare secolare, quindi molto vecchio, addirittura antico, in questo luogo è, invece, giovane.
Una sola stalattite impiega decenni a crescere di pochi centimetri. Per la durata della mia escursione sotterranea faccio parte della grotta. La osservo. Osservo il pianeta dalla sua pancia e gli parlo. Sono qui a chiedere che aspetto avesse milioni di anni fa. Mi muovo con cautela pensando che, forse i miei antenati abbiano fatto lo stesso, magari in questa grotta, magari in altre. Rifugio sicuro contro i pericoli degli animali preistorici.
La grotta è piuttosto lunga, ma non tengo conto del tempo che scorre. Mi sembra di essere dentro di essa solo da poco, ma una volta uscita, più tardi, mi renderò conto di aver trascorso almeno tre ore lontana dal sole.
Sbircio in qualche feritoia della roccia, nelle piccolissime caverne, nelle rientranze e, se spengo la torcia, il buio è davvero tale. E’ impressionante. Buio velluto. Nero come niente altro al mondo. Man mano che procedo verso una sorta di piazzola interna che voglio vedere assolutamente, inizio ad avvertire il timido suono di quella che, per me, è una vera meraviglia.
La grotta cela gelosamente, al fondo del percorso speleologico, una cascata. Un getto d’acqua forte e imponente che cade dall’alto, da uno dei suoi strati o canali superiori, dritta e sottile.
Finisce direttamente in una sorta di pozza ampia, una piscina naturale che accoglie la cascata il cui fragore, ora è potente, così tanto da non riuscire nemmeno a sentire il suono dei miei pensieri, del mio stesso stupore.
Sono incredula. Sono incantata. Sono sotto terra, mentre la vita, come la conosco, prosegue sulla mia testa, davanti ad una cascata di un altro mondo, quello che c’è ma non si vede.





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