L’aria ostile nel deserto taglia le facce. La sabbia le rende foglie secche e leggere in cui due occhi che bruciano si perdono nelle ragnatele di rughe, pupille lucide rigate da invisibili granelli.
Amman in un giorno estivo è una donna affascinante, una cortigiana che ancheggia fianchi proibiti e sorride sinuosa tra i muri scrostati. La si trova così, una volta usciti dall’acciaio aereo, a metà strada tra deserto e oasi.
Il Vecchio Testamento parla di Rabbath Ammon, antica capitale ammonita. Tolomeo Philadelphio II la chiamerà Philadelphia. Oggi Amman si riveste di abiti nuovi. Capitale della Giordania, la notte la accende di luci e nei locali si succhia aroma di frutta dai narghil laccati, dove i camerieri lasciano ogni tanto cadere pezzi di carbone. Troneggiano le donne, velate e irridenti. Sbuffano fumo e sguardi di lampo e quando il sole volta le spalle al giorno, la luce invade la città di dolcezza.
Sette i colli su cui la città si estende, attualmente diciannove grazie al prodigioso sviluppo degli ultimi anni. Un’ordinanza comunale ordina case di colore candido, Amman vuole essere la ‘città bianca’, piano regolatore facilmente eseguito per l’abbondanza di giacimenti calcarei.
In realtà il soffio della sabbia ricopre con una patina di sole tutti i muri e le abitazione prendono il colore caldo della terra, come se essa lasciasse cadere su tutta la città un velo sottile di mussolina ingiallita.
In qualsiasi strada potete trovare facilmente un taxi. Al cenno lontano del braccio i taxisti inchiodano vecchi motori borbottanti, contrattate e chiedete della Down City: non più i due dinari e sarete depositati nel suo cuore pulsante, di fronte all’Anfiteatro. Vestigia del periodo romano, è unico naufrago del tempo, superstite di ciò che costituiva il foro, ora ricordo leggero.
Gli ambulanti dondolano i thermos sul fianco e lo vendono per un dinaro, pescando dalle tasche foglie spezzate di menta; i beduini lo servono in bicchierini di vetro che profuma di cannella e salvia. Il té, bevanda nazionale, qui possiede aromi tra i più buoni al mondo. Spesso è dalle nere mani più umili che potreste assaggiare il migliore.
Petra è stata imponente centro carovaniero, Tito Livio chiama popolo di mercanti i Nabatei, che non costruiscono case e non coltivano la terra, razza ribelle che vuole dormire sotto le stelle. E’ la strada dei Re a collegare Amman con Aqaba e la via conduce attraverso tornanti di cielo azzurro e distese aride, dove i villaggi sono grumi lontani e sfocati sul dorso della montagna.
La sabbia del tempo si deposita e la pietra diventa dimenticanza nella roccia. Elusa dal nuovo commercio, Petra rimarrà nascosta tra le ombre dei rilievi, lasciando che la ricchezza del passato si confonda nelle forme del deserto, che cancella le bellezze caduche e leviga l’arroganza dell’uomo costruttore.
Attraverso il Siq, seguiamo la gola di arenaria rossa che si apre nel uadi Musa: nel 1812 Johann Ludwig Burckhardt la ritroverà, città magica che appare dalla spaccatura della pietra, donna velata a cui tolse il velo d’oblio che nei secoli l’aveva avvolta in un bozzolo di sabbia. 800 gradini e i piedi nei sandali si riempiono di polvere rosa: il sentiero porta al Monastero, una vista che toglie il fiato, arriva in un capogiro fino al Negev.
Petra al tramonto è una pesca dai colori di alba succosa, al mattino raggiante d’arancio: le macchine difficilmente fotograno l’immenso, Petra rimane lo sguardo di un ragazzino, ancora nomade, che si rivolge alle grotte della montagna. E continua a percorrerne i segreti. Ancora indomito, ancora sotto una trapunta di stelle.
Una grande mano spinge verso il viso un Phon che soffia caldo, perenne, un vento che asciuga abiti e mente dissolvendo i pensieri come erba secca. Oggi i ragazzi di Amman pensano con sufficienza ai beduini del deserto, la voglia di Europa si legge nelle pupille luccicanti degli studenti. Il bedu, abitante del deserto, intesse ancora le sue conoscenze in una tela che reclama tempo. C’è bisogno di lentezza per capire il deserto.
Il volto concentrato di un beduino guida il fuoristrada arrugginito attraverso piste di sabbia, io guardo le distese di un rosso che non avevo mai visto e scrosto la sua riservatezza con domande insistenti come la pioggia ostinata, che qui cade solo due o tre volte l’anno.
Il Wadi Rum è un’esplosione di granito e basalto, scolpito e frantumato, imponente e tragico nel suo orgoglio muto. E’ a est della strada che collega Amman a Aqaba, una Fortezza Bastiani dove le parole scalfite dai mercanti di passaggio restano sulle rocce, messaggi secolari che ancora attendono risposta.
I ragazzi beduini studiano in città, ma appena possono fuggono a scalare montagne per dormire sotto il cielo di stelle. In questo paese le colline di sabbia sono spartiacque della mente, che collega e confina porzioni di gente, di colore.
I nomi di villaggi sono negozi di spezie e uomini che l’automobile si lascia alle spalle, per poi rincontrarli ancora, un po’ più in là. Giungerete sulle sponde del Mar Morto, dove l’acqua dolce del Giordano si spegne e i pensieri diventano sale.
Il deserto inghiotte le parole, nessuno sa perché la Strada dei Re si chiami così, nessuno sa cosa davvero nasconda Petra. L’ombra veloce del tempo qui trasforma i fiumi in letti di silenzio; l’acqua dai poteri curativi, conosciuti già da Erode il Grande, guarirà la pelle. Ma non la voglia di tornare.






Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car




