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Perù, su quel treno per Machu Picchu - foto : Perù, sopra il treno da Cuzco a Machu Picchu © Tonj Lardani
Perù, sopra il treno da Cuzco a Machu Picchu © Tonj Lardani

Perù, su quel treno per Machu Picchu

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Alla stazione San Pedro di Cuzco la luce dell’alba è blanda, galleggia sui binari come vapore rosato. La polvere smossa dagli zoccoli dei muli e dai piedi della gente che s’affanna per salire sul treno per Quillabamba e Aguas Calientes. Alle sei un fischio e uno sbuffo d’altri tempi. Prima il balzo sulla piattaforma nel tentativo d’aprire la porta. Poi un vero assalto in cerca di un posto nel vagone di seconda classe con le panche di legno già occupate.

Stipati tra galline e matrone peruviane con le loro masserizie restiamo in piedi stringendo bagaglio e Nikon nascoste sotto la giacca a vento. Ognuno cerca di conquistare qualche centimetro verso il finestrino. L’aria si fa pesante. Gente, animali, cibaria. Ci puntelliamo uno all’altro per restare in equilibrio, poi la conquista di un bracciolo e un pizzo di sedile tra due pollastri, un’india che allatta un bimbo e un campesino col suo carico di pannocchie di mais.

Salgono i venditori ambulanti. Fave secche, porco arrosto, cafè, caramelle e cioccolata. Tutti passano il tempo mangiando tra i movimenti ritmati e ripetitivi del treno che concilia il sonno ai piccoli avvolti nel marsupio colorato sulle spalle delle donne. Una “yuca”, patata filacciosa e un cafè ci danno vigore mentre la nebbia dirada lasciando gocce come perle sul finestrino. Lo sguardo fisso alle macchine fotografiche e poi un cenno complice.

Alla prima fermata siamo già sul tetto del treno aggrappati a ferri sporgenti. Nei pochi minuti supina in attesa del fischio di partenza rimpiango quel magma di colori, voci e odori del vagone. Quel mondo vivo dall’inconfondibile sigillo degli avi.
Il treno raggiunge 30 chilometri l’ora, il vento freddo sulla faccia allontana i pensieri. Un fremito selvaggio percorre il corpo, una manciata di secondi e sei accovacciato in maniera rocambolesca, scatto dopo scatto. Frazioni di tempo congelate per sempre.

Lo sferragliare del treno, i clicks, il profumo d’erba bagnata e quello pungente del ferro, il sibilo del vento. Il battito del cuore, gli occhi liquidi sotto un cielo azzurro puntellato da fiocchi di nuvole luminose.
Il treno sbuffa tra villaggi addossati alla ferrovia, tra vacche che ruminano sulle rotaie. Sfiora le pendici di maestose montagne che s’innalzano oltre la fitta coltre di nubi e scivola lungo l’Urubamba nelle strette gole. Poi il buio delle gallerie.

Lascia le rive e sale seguendo le “andenes”, terrazze sui pendii scoscesi. Troppo ripida per un tragitto diretto, la ferrovia è costruita senza curve. Le rotaie salgono a zig-zag . Marcia avanti e marcia indietro, scambio dopo scambio.

Dondoliamo dolcemente sui binari che disegnano una zeta continua lungo le pendici. Poi Aquas Calientes, villaggio collegato al resto del mondo soltanto tramite la ferrovia e un’unica unica strada che va alle rovine di Machu Picchu. Sulla via principale carretti di locali che vendono di tutto. Ai lati, fianchi impervi e scoscesi dei monti. Si cena con birra cuzquena, riso e peperoni nell’hospedaje dopo un bagno caldo nelle dantesche terme del paese.

L’umida notte cancella due ore di sonno e molto prima dell’alba siamo già sul sentiero per Huayana Picchu, la gigantesca sentinella conica della Città Perduta. Piove e c’è nebbia fitta quando le nostre firme sono già segnate sul macabro registro nero. C’è chi non è tornato.

Tre ore per salire al Huayana Picchu e respirare un po’ di follia sul ripido, stretto e sfuggente sentiero che costeggia tenacemente il precipizio. Accenni di scalini alla prima svolta, poi passaggi tra dirupi e fessure col terriccio che scivola sotto i piedi.

Sulla cima restiamo aggrappati a quel cono di granito immerso tra nuvole basse cariche d’umidità che s’alzano dalla selva. I sensi all’erta per non precipitare. Tutto è velato, le nuvole si condensano, s’oscurano e coprono il cielo cupo. L’attesa.
Si apre il Machu Picchu deserto e colorato di rosa dai timidi raggi di sole. A quattrocento metri sotto, appare la Città degli Dei. Mura diroccate, altari di pietra, il verde fitto, mille tonalità della selva, il fiume che scorre come un nastro d’argento nel fondovalle.

Magia ed energia del Machu Picchu. Qui, gli Incas hanno costruito la città vicina al cielo, protetta dalle montagne e rigogliosa d’acqua. Vertiginosi e imponenti, i verdi abissi che la circondano hanno custodito per secoli il segreto della sua esistenza. Resta la meraviglia e il silenzio. L’emozione di un sogno che si dissolve, si cancella, rimane sospeso nel nulla, poi si materializza in stupore.

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