Una giornata sulle alpi bellunesi. Una lunga attesa prima di riprendere confidenza con le piste innevate. Difficile sentirsi soli. Ci sono tanti amici a controllare che faccia il bravo. Ci sono tanti colossi verso cui le mie braccia vorrebbero sempre più aprirsi. È proprio da qui che sto ripartendo.
Dopo aver apprezzato quattro-cinque volte la prima pista, rompo gl’indugi e proseguo ancora più in alto. Nulla di particolare. Altri duecento metri di dislivello e ampi spazi dove poter mettere alla prova l’aerodinamicità delle mie più volenterose intenzioni. Intanto però qualcosa d’altro richiama la mia attenzione.
Tralasciando le vette improponibili, c’è quella seggiovia che mi porterebbe fino a quasi 2500 metri. Da lì poi si tratterebbe di scendere per una pista rossa (livello medio di difficoltà). Sbolliti a suon di sciate manciate di amletici nosi e sino, trovo la soluzione con cui ritenermi (per adesso) soddisfatto.
Sfruttando l’abbonamento giornaliero, abbandono gli sci e mi faccio trascinare fin lassù in alto. A quasi tremila metri. Nella foga di lasciare giù tutto il superfluo (sigarette incluse), mi accorgo (tardi) di aver dimenticato nello zainetto anche la macchina fotografica digitale. Vorrà dire che i segreti cui m’imbatterò, saranno un monologo tra me e la montagna.
Prendo posto da solo su uno spazio per quattro. Rispetto ad altri “trabiccoli” (ironicamente, s’intende) simili, questa seggiovia è coperta nella parte superiore. Appoggio le mani e mi concedo un tuffo continuo in velenose melodie angeliche. Il vento solletica le mie scarpe da trekking.
Guardo sotto di me, quello che facevo io fino a un attimo prima. Sempre più lontani. Sempre più piccoli, fino a quando davanti a me ci sono solo le montagne. Prendo fiato dopo ogni pilone superato, fino a poter contenere in una panoramica sola, la Marmolada, il lago Fedaia e Passo Padon.
Un attimo dopo (dicasi, ritorno in seggiovia), sono di nuovo sugli sci. Contaminato da quanto visto. Vado giù spedito. Arrivato alla fine della corsa, mi sento delle “Battistiane” gote rosse mentre ripongo gli attrezzi. Un piccola fontanella in legno chiaro immersa nella neve mi costringe a impercettibili riflessioni. Il mio cuore pompa alla stessa velocità dell’acqua che cade. Lascio cadere braccia e gomiti sul manto ghiacciato, e riguardo verso lassù un’ultima volta.
Abbandono Rocca Pietore e Bosco Verde. Nonostante le migliori intenzioni, temo non farei troppa strada col serbatoio quasi a secco. Mai fermata fu più provvidenziale. Ho il tempo di godermi il sontuoso panorama dinnanzi a me. Il Monte Civetta, l’altro grande colosso over 3000, cornice naturale della placida Alleghe.





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