Museo della scienza e della tecnica e La Géode al Parc de la Villette © Agnese Carnevali
C’è un’altra Parigi al di là della Senna, lontana dai riflettori, forse meno nota ai più. Una Parigi altra, ma non diversa, non nella sua essenza più profonda che è fatta di fascino, eleganza, modernità mai stridente.
Sbucando dai sotterranei della metro a Porte de la Villette, fermata di ingresso al Parc de la Villette, nella periferia parigina, pare di essere giunti in un’altra dimensione. All’entrata del parco su Maison de la Villette, ad accoglierti alcuni blocchi di cemento e scalinate dai grandi gradini, qualche negozio, una schiera di palazzi intorno, qualche sprazzo di rosso, tra il bianco del cemento.
La cosa spiazza, ma piace, a pelle. D’altronde Parigi ci ha già abituati ad amare luoghi dall’estetica del tutto singolare avvolti da un ambiente tradizionale, due nomi per tutti il Centre Pompidou e il Musée du Quai Branly.
Una striscia di verde più in là ti invita ad andare avanti e, svoltato l’angolo, si apre il mondo del Parc de la Villette. È questo immenso parco urbano, immerso nei sobborghi della capitale francese, a sorgere là dove un tempo c’era il vecchio mattatoio e il mercato del bestiame, ora riqualificati seguendo il progetto dell’architetto Bernard Tschumi che, nel 1991, ne ha fatto un luogo di scienze, di arti e del trascorrere lieto delle ore.
Un parco di 55 ettari, circondato da verde, corsi d’acqua, ponti, scalette e sentieri tra i quali è piacevole smarrirsi. È così che passeggiando, rapiti dallo spettacolo, ci si imbatte nella Cité des Science set de l’Industrie, il Museo della scienza e della tecnica. Inaugurata nel 1986, è all’architetto Adrien Fainsilber che si deve il fondersi armonico di questo edificio con gli elementi naturali come l’acqua, su cui la struttura poggia, la vegetazione che si infiltra attraverso la serra e la luce che penetra dalle cupole.
E poi ancora La Géode, la gigantesca sfera che riluce al centro del parco, proprio di fronte al museo e che sembra riflettere l’intero universo tra il cielo sopra di sé e l’acqua ai suoi piedi. La struttura racchiude al suo interno un enorme schermo cinematografico a 180 gradi che combina effetti ottici e sonori.
Tra le grandi costruzioni, come la Cité de la Musique, un elegante complesso che ospita conservatorio, museo, sala concerti, biblioteca e alcuni studi, ma anche la Grande Halle, la vecchia sala del bestiame che è stata trasformata in uno spazio per mostre e un auditorium e il teatro Zénith, il grande tendone in poliestere realizzato per i concerti pop, si trovano bizzarre strutture che nascondono bar, caffè, ristoranti, sempre animati e pieni di gente.
Ma, soprattutto nelle giornate calde e soleggiate, il pranzo in uno dei caffè lascia il passo ad un pic nic sull’erba. Famiglie o gruppi di amici che trascorreranno poi il pomeriggio con qualche tiro ad un pallone, una partita di carte o strimpellando una chitarra, qualche turista che incuriosito si è spinto oltre la città e che sgranocchiando un panino si riposa in attesa di riprendere il suo viaggio in una Parigi che non smette di sorprendere.

Ancora una volta la Valle d’Aosta è stata il cuore della grande adunanza celtica: cinque giorni intensi in cui il popolo di ieri è tornato a vivere nella poesia dei bardi e nella musica dei menestrelli.

Città francese che annovera, tra le sue bellezze, un suggestivo centro storico medievale dove passeggiare senza meta. E sempre qui è nata la signora newyorchese più famosa del mondo.

La musica rievoca il passato, stringe a sé i vicini, fa sentire uniti: è il suono della cornamusa, caldo, epico, intenso e diffuso, è il violino che lamenta antiche litanie, sono le percussioni che scandiscono il ritmo e il muoversi insieme come in uno solo.