C’è l’Aci Trezza verista de I Malavoglia di Verga. La Catania risorgimentale de I Vicerè di De Roberto. La Palermo cinica de Il giorno della civetta di Sciascia. “L’intera Sicilia è una dimensione fantastica. Come si fa a viverci senza immaginazione?” si chiedeva l’autore di Todo Modo a proposito della sua terra, carica di suggestioni, profumi e colori che solo qui possono esistere e farsi ammirare.
Ma una provincia, più delle altre siciliane, sembra essere fucina di parole scaturite dalla fantasia dei suoi eccezionali scrittori: è l’Agrigento teatrale di Luigi Pirandello, “divisa” tra l’immaginario Comune di Vigata, difeso dal Commissario Montalbano di Camilleri (una Porto Empedocle romanzata e affascinante) e quello di Donnafugata, il feudo dalle atmosfere decadenti del Principe Fabrizio Salina, il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, costruito a misura di Palma di Montechiaro, città natale dello scrittore.
Il rimbombo sordo delle cicale che friniscono, l’ombra dei fichi d’india che si proietta sul selciato, diretta a Palma di Montechiaro. Il block notes si riempie di appunti. In lontananza, il torrione del Castello di Chiaramonte, arroccato su un costone roccioso a picco sulla marina, osserva il paesaggio da più di 700 anni. Sono da poco cominciati i lavori di restauro della rocca, visto lo stato di degrado in cui è stata lasciata per lungo tempo.
Poco prima di accedere al paese, costeggio la collina con i ruderi della Chiesa di Santa Maria della Luce, meglio conosciuta come il Calvario: il duca di Palma Giulio Tomasi decise di ripercorrere le tappe della Passione di Cristo, collegando, con un itinerario ideale, le diverse stazioni della Via Crucis. A simboleggiare il profondo radicamento spirituale della città al Cristianesimo.
In Piazza Santa Rosalia la Chiesa Madre, con la sua scalinata e le due torri campanarie dal profilo ottomano, è il punto di partenza della mia visita. Costruita con i conci di pietra delle cave del Casserino, la facciata esterna si presenta come uno dei migliori esempi di barocco siciliano: il portale è fiancheggiato da due file di colonne sormontate da un frontone spezzato. Le navate all’interno presentano stucchi, decorazioni, stemmi come quello del Gattopardo, simbolo dei Tomasi, e custodisce numerose reliquie.
Dalla Chiesa Madre si raggiunge piazza Provenzani e il monastero di clausura delle benedettine, ex residenza Ducale della famiglia Tomasi. Qui viene prodotto uno dei migliori mandorlati della zona e sono conservati i resti della lettera che il Diavolo consegnò a Suor Isabella Tomasi, la beata Corbera, protagonista dell’episodio.
Cammino lungo le strade e, dalle pagine del Gattopardo, penso alla decadenza della nobiltà siciliana prerisorgimentale, che assiste rassegnata alla fine della propria epoca, senza osservare come sia ricco il mondo oltre la propria villa. I miei occhi si posano su questo angolo di Sicilia sospesa tra barocco e modernità e lascio che la mia immaginazione corra a briglia sciolta.





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