Tanto tempo fa un indiano scrisse che “A Cocohori abitava una ragazza di nome Hesuchita: aveva i capelli castani che si piegavano verso terra, e gli occhi del colore dell’autunno, ed era bella come il fiore montano che nasce oltre il banco di neve, e dietro al quale fiorisce. Ma oggi Hesucita non è più tra noi, perché dorme tra le stelle”.
Oklahoma, giornata che rincorre un tramonto alle spalle rocciose delle Rocky Mountain; sguardo fisso al di là di quelle basse colline avviluppate su nugoli di faggeti e sempreverdi, a chiedersi se il vento che soffia da nord sia una consuetudine o l’ennesimo riflusso di un tempo che minaccia pioggia, da un momento all’altro.
Noi seduti al tavolino del camper (l’acqua bolle sul fuoco) a fumare una sigaretta, guardare oltre le tende scarlatte della Cruise America, sentire il vento che grida forte tra i ciuffi d’erba, mentre sulla collina che scende verso Fort Sill (questa verde collina che serpeggia attorno il vecchio cimitero indiano) giungono laconici i tuoni dei cannoni: i soldati di Fort
Sill, in quel momento come ogni ora del giorno, si esercitano con le armi. Ed è il sibilo del vento sulla collina a spingere quei tuoni sempre più in alto, fino al cancello del vecchio cimitero, dove tra le lapidi grigie di quella giornata al tramonto, vi si trova scritto anche il suo nome, Hesuchita (della tribù dei Kiowa, si legge Kàioua), nome perso tra i labirintosi sentieri di quel campo alla deriva del tempo, dolcemente adagiato (il cimitero) all’ombra di alti alberi. Lei, quella ragazza, strappata alla realtà di una storia andata, è stata ammazzata.
E qui in Oklahoma, dove un tempo gli indiani hanno assaporato il gusto della libertà, ripercorriamo con la mente il nostro Grande Viaggio, che si snoda tra i prati della Virginia e il verde delle Grandi Pianure: attraverso il Tennessee e Nashville; sulle sponde del Mississippi e Memphis, percorrendo poi l’Arkansas, e la sua solitudine, dove, anche se piove, il freddo non ghiaccia nelle ossa. Ma mai, mai, prima di allora, questo viaggio aveva toccato corde così tanto spirituali.
Soltanto il giorno dopo gli spari sulla collina, il grido del vento che s’arrampica sui poggi dell’Oklahoma, quel nome affiancato alla tomba di Geronimo, l’acqua che bolle durante il tramonto delle Montagne Rocciose (destandoci dai pensieri e dalle riflessioni).
Soltanto il giorno dopo, quindi, Paukeigope, anziana donna della tribù dei Kiowa, ci accoglie nella sua “casa”, e parla di quella storia: “La gente bianca è venuta in questa terra, l’ha profanata, l’ha avvelenata, e ha sterminato la nostra gente. Nessuno ora, nemmeno i nostri fratelli, parla più la lingua Kiowa, nè ha il piacere di ascoltarla. Perchè quindi, voi italiani venite in questo luogo triste?”, ci chiede.
Lei ci osserva, poi con un gesto delicato della mano ci porge le collane militari che un tempo furono dei suoi figli e dei suoi fratelli: “Questa era di mio figlio, prima che morisse in Afghanistan; questa di mio fratello, perso a Desert Storm, e questa di mio marito”, fa una pausa, sospira, la voce si spezza, la mano si stringe a pugno. Ma non smette mai di guardarci: “Al nostro popolo di guerrieri, paradossale, insegnavamo il rispetto per la vita. Ma ai nostri figli, oggi, non insegnano più l’onore ed il coraggio”.





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Non c’è morte peggiore della dimenticanza.
Fin che ci saranno persone capaci di scrivere
-come l’autore di questo articolo-
i guerrieri indiani saranno “presenti”come
lo furono in quello che era il loro paradiso: la
Terra.
In seno alla Memoria,, ultima dea,, potranno
continuare ad insegnare il rispetto per la vita
oggi, purtroppo, in via di estinzione.
Grazie.
caterina