“No problem, man”. È tutto quello che riesce a dirmi, tutto quello che mi basta. All’ufficio del DOC di Te Kopi hanno un’idea precisa di autorità. Il Department of Conservation è una casetta di pietra e legno con qualche stanza in affitto. L’uomo che mi indica l’imbocco del sentiero previene tutte le domande inutili. Nessun problema, appunto.
L’oceano si dilegua in qualche minuto. Alla brezza carica di sale si sostituisce l’odore di sterco, ai ciottoli della spiaggia l’erba ancora umida della notte. La marcia nella foresta dell’Aorangi si protrarrà per quattro giorni. Rocce, torrenti, valli: un percorso di 50 chilometri che attraversa la regione toccando i bivacchi Washpool, Pararaki, Kawakawa e Mangatoetoe.
La foresta prende il nome dall’Aorangi Range, il costone roccioso che la domina sovrastando i rami del fiume Taranganui. Aorangi è una parola maori che significa “colei che buca le nuvole” o, per estensione, “cima, vetta”. In Nuova Zelanda molte montagne sono chiamate così. L’aorangi più famoso è la vetta per eccellenza: il monte Cook, nelle Alpi della South Island.
Per il trekker diretto alla Washpool Hut i pinnacoli di Putangirua sono una deviazione obbligata. Un sublime kantiano eroso dall’acqua e dal vento in milioni di anni. Questa parete di guglie che l’uomo ha ricreato nel gotico migliaia di secoli più tardi assalta la fantasia. È il set che Peter Jackson ha scelto per il Sentiero della Morte, nell’ultimo episodio de “Il Signore degli Anelli”.
Brevi commenti. Uno schizzo parodistico sui compagni di viaggio. Un’oscenità gettata là, perché quella ci sta sempre bene. Sfogliando i registri dei bivacchi penso questo: la gente è simpatica. C’è anche qualche commento poetico, certo. La poesia richiede ristrettezze, disciplina e un sacco di zanzare. La versione minima dell’Aorangi è un haiku di sudore.
Le tracce di chi mi ha preceduto sono discrete, il più delle volte invisibili. Il terzo giorno è tutto una pioggia che cade fitta occultando il sentiero. Tra Pararaki e Kawakawa i triangolini segnaletici si perdono, caduti assieme agli alberi a cui erano affissi. La sopravvivenza è una cosa banale: spesso ci vuole solo un po’ di buon senso.
Nell’Aorangi si caccia: nei bivacchi i bussoli vuoti stanno allineati sopra il caminetto. Prima di scendere verso Kawakawa mi soffermo sulle due valli che si aprono ai lati della cresta. La stessa idea avuta da un cervo. Mi guarda da lontano: sa di poter scattare al momento giusto. Aspetta che io gli spari, invano. Poi si stanca e se ne va.
A Mangatoetoe il sentiero s’interrompe. Il rifugio sorge su una rada nei pressi del torrente. È una struttura spaziosa, la più frequentata dell’Aorangi. A rappresentare la civiltà sono delle latte vuote e dei mozziconi di sigaretta gettati nel focolare.
È la mattina del quarto giorno. Alla foce del torrente la foresta cede i suoi colori a un altro assoluto. L’oceano si riappropria di tutto. E su Cape Palliser Road, in mezzo alla strada, s’intravedono masse scure e gonfie: foche.





Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car



