Wellington è una realtà lontana. Il campione del cosmopolitismo neozelandese giace al di là della forca Pakuratahi, oltre la valle dello Hutt. A una sessantina di chilometri dalla capitale, le solitudini umane e la vastità degli orizzonti si declinano in pochi, nudi simboli. E Featherston, prima tappa nel nostro viaggio attraverso il Wairarapa, è uno di questi.
Una stazione di servizio. Un incrocio stradale. Una via la cui offerta commerciale si esaurisce in un centinaio di metri. Per molti Featherston è solo questo: la porta d’accesso occidentale alla spopolata regione meridionale della North Island. Ma per chi chi s’interessa di statistiche e problemi sociali invece, la cittadina di passaggio assume altri connotati.
Featherston infatti è uno dei centri urbani con il più alto tasso di violenza domestica e consumo di droghe. La noia e il senso d’isolamento hanno fatto il resto: le malattie tipiche dei paradisi di provincia seguono decorsi piuttosto simili.
I simboli non si discutono, non sono né veri né falsi: funzionano perché esistono. Il Wairarapa inizia così, con questa idea di bianco o di nero. Prendere o lasciare. Il proprietario cinese di un piccolo alimentari mi chiede come sto. Nessun sorriso. La cordialità è tutta semantica. Tendendomi la mano con il resto mi rimane impressa l’unghia del mignolo: lunga, grigia, e affilata come un temperino.
La strada che punta al mare si lascia Featherston alle spalle. Solo l’immagine di quell’unghia mi accompagna per un poco. Poi, presa Kahutara Road e superato Tuhitarata, una nuova armonia si costituisce. L’odore dolciastro dei campi. Le fattorie con i loro viali curati. I caravan che si muovono lenti verso la stradina che porta al lago Onoke.
Le insegne sbiadite parlano di scuole vuote. Di negozi invecchiati di molti decenni in pochi anni. L’architettura rispetta gli stilemi di quella linea di bellezza dignitosa e modesta che unisce i villaggi della Nuova Zelanda alle case delle Key Islands della Florida: geometrie di assi la cui fragilità sfida il tempo e i suoi umori, senza tema di distruzione o di rinascita.
Avvicinandosi a Whangaimoana la vegetazione si dirada. Terra e roccia in cumuli paglierini si susseguono verso est, acquistando imponenza man mano che la strada si snoda in direzione di Te Humenga Point.
A frapporsi tra le colline e l’oceano, la striscia nera di Whangaimoana Beach. Il contrasto è netto. L’intento con cui sembra esser stato creato rimanda a una meravigliosa opportunità: confondersi. Perché questa ghiaia vulcanica non ammette impronte, né il vento altro suono che non sia il sibilo feroce che scuote le acque.
Lungo la costa, a Te Kopi, qualcosa mi aspetta. Difficile distinguerlo nella notte. Le onde hanno ammucchiato sulla spiaggia quantità enormi di legna. Accendo un falò: solo una veglia mi separa dall’Aorangi.





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belle parole…
sembra che il tempo è fermo in un eterno presente.
Che bel racconto!