La città fra le mie braccia. Da lassù. Sul monte Fløien, dove uno sguardo riesce a contenere l’intera Bergen, il suo porto e una prima porzione di fiordi. Un’unica linea d’orizzonte combinata con qualche nuvola passeggera, sotto un tiepido sole che mi lascia scoperte braccia e nuove emozioni. Un viaggio sotto il cielo, per ritornare poi a specchiarsi davanti al mare.
Lasciatomi alle spalle il Mercato del Pesce con tutti i suoi aromi e contrattazioni, mi dirigo verso la Fløibanen, la funicolare inaugurata il 15 gennaio 1918 che in otto minuti mi porterà in cima al monte Fløien, a 320 metri sul livello del mare, e da cui potrò abbracciare l’intera città e tutti i sui suoi incantevoli dintorni.
Nonostante abbia parecchi voli alle spalle, l’altezza mi mette sempre un po’ di agitazione. Non ne sono esente nemmeno quando scalo la collina ben saldo dentro un piccolo vagone agganciato con un robusto cavo su di un binario. Quando finalmente riprendo contatto con la terra, mi posso concedere un meraviglioso tête-à-tête con il panorama.
Sontuoso. Domino la città da lassù. Rivolgo il mio sguardo sulla grande nave da crociera pronta per salpare nel fiordo, in direzione Flæm. Distinguo la gigantesca via fluviale aprirsi in due tronconi. Per il viaggio di ritorno, invece di affidarmi nuovamente alla più comoda tecnologia, preferisco le mie gambe e l’inimitabile compagnia di Madre Natura.
La vegetazione mi richiama, e bastano pochi metri che subito il bosco mi svela varie sculture lignee, fra cui un gigantesco troll, quasi fosse un invito per entrare in una dimensione parallela. E in effetti, se d’improvviso, spuntasse fuori un Cappellaio matto per invitarmi a prendere una tazza di caffé, non sarei affatto sorpreso.
Cresciuto camminando con la musica, non riesco a privarmi della colonna sonora anche in questo momento. La passeggiata ha dell’incredibile. Distinguo felci, piante di fragole, lamponi e mirtilli. La discesa è uno zigzagare che mi ricorda il sentiero che dal Monte Elmo (TN), raggiungibile in funivia, conduce al rifugio Larice.
Dopo una decina di minuti di tragitto, una panchina di legno a lato della strada mi convince a prendermi una pausa. Seduto sulle mie gambe, guardo i turisti scendere parlando animatamente. Dalla parte opposta, in salita, piccoli gruppetti di ragazze locali si concedono un po’ di sano footing.
Riprendo il passo, e via via che la città si avvicina, le case colorate con i caratteristici tetti a V rovesciata si fanno sempre più nitidi. Rivedo la Fløibanen passarmi vicino sulle rotaie che la portano in cielo. Prima di uscire dal bosco, una composta scultura dedicata all’alce si erge in mezzo al verde della macchia, quasi a voler sancire il suo territorio.
Aggiorno i miei ricordi: sono contagiato dal fascino di questo animale, rappresentato su t-shirt, bicchieri e cappelli in ogni store turistico di Bergen. Nell’attraversare gli ultimi metri di verde, ho l’impressione di sentire un rumore di zoccoli. Mi giro, ma vedo solo il frusciare dei cespugli. Poi entro in città. Una folla vociante s’è accalcata nella piazza del pesce.





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