E’ cosa risaputa che il Sahara non sia stato solo una distesa infinita di sabbia e complessi rocciosi. Che un tempo crescessero rigogliose foreste, scorressero ruscelli, vi abitassero animali di tutte le specie. Che ciò che vediamo oggi sia solo il risultato di un progressivo processo di desertificazione. Che scavi archeologici, incisioni rupestri e resti di immense necropoli sommerse dalla rena, dimostrino come la vita brulicasse in tutte le sue forme.
Eppure, seduta in una tenda appena fuori In Salah, nell’erg algerino, mentre foglioline di menta girano vorticose nel tea che un Tuareg mi porge, credo di più alla leggenda che mi racconta l’Uomo Blu dagli occhi penetranti. Lui mi spiega come è “nato” il Sahara. Lo racconto anche a voi.
Si narra che Allah avesse offerto il Sahara verdeggiante agli uomini perché godessero della sua ricchezza. Ma che li avesse anche ammoniti: “Ricordatevi di agire sempre con rettitudine, o lascerò cadere qui un granello di sabbia per ogni ingiustizia da voi commessa. Se non state attenti tutto questo verrà cancellato”.
Un giorno, a seguito di un violento diverbio tra due uomini, Allah gettò il primo granello di sabbia. Nessuno in principio ci fece caso. In poco tempo lo scontro verbale diventò rissa. Gli uomini si accorsero poi che un mucchietto di sabbia giaceva a terra. Chiesero spiegazione ad Allah, che ricordò loro come ogni azione crudele corrispondesse a un granello di quel mucchietto. Gli uomini risero a quelle parole: “Anche se fossimo sempre cattivi, ci vorrebbero millenni prima che questa polvere sommerga il nostro paradiso”.
E così, dimenticandosi di quanto era stato loro raccomandato, iniziarono a combattersi gli uni contro gli altri, sempre più spesso, fino a che la sabbia non cancellò i ruscelli, il verde, la vita. Gli animali scapparono in cerca di nuovi pascoli. Gli uomini divennero nomadi.
Ma perché non dimenticassero mai quella terra perduta per la loro superbia e crudeltà, Allah fa qualche volta vedere ai beduini l’immagine di acque e palmeti, che scompaiono non appena si tenta di toccarli. Sono quelli che noi chiamiamo miraggi.
Solo dove gli uomini hanno continuato a osservare le leggi di Allah ci sono oasi rigogliose, circondate e protette dalla sabbia. Sarà il caso di Djanet? Il suo grande palmeto ombroso è un vero approdo sotto la canicola sahariana, dopo una camminata lungo il deserto che mi ha fatto sentire più legionaria che turista.
La leggenda ascoltata dal Tuareg presso la tenda, risuona ancora nelle orecchie. E’ incredibile come la parabola alla base del mito sia di sconvolgente attualità: quante volte abbiamo visto l’uomo, accecato dalla propria sete di prevaricazione, calpestare gli altri, distruggendo il bello che lo circondava?
E con questo interrogativo resto muta di fronte al deserto al crepuscolo. “Bisogna saper tacere come tace il silenzio, per ascoltare la voce dello spazio” diceva Amenokhal Moussa ag Amatane, Tuareg dell’erg algerino. Ma vorrei che il Sahara ora mi rispondesse.





Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car





ho letto i due articoli, ma devo dire che il secondo mi ha molto colpito, e sono d’accordo che l’essere umano dovrebbe rileggere le sue antiche storie, raccontate dagli antichi di ogni parte del mondo. Forse riuscirebbe ad essere un po’ piu’ buono. sara
Miti e leggende non sono altro che le metafore della Vita, “romanzate”. Provano ad indicarci la via, anche se non sempre sappiamo fare tesoro di quanto esse ci dicono.
Grazie delle tue parole