Due grandi occhi ti fissano in ogni direzione mentre cammini. Momenti di preghiera che nulla hanno a che spartire con televisione o guerre d’immagine. Le campane bronzee suonate dai bambini per avvisare la divinità della propria presenza. Qualche scimmia che scodinzola beta fra le tante sculture divine di Kathmandu.
Nepal. Puoi istruirti. Puoi imparare tutto quello che c’è da sapere, ma quando sbarchi e tocchi una nuova terra, la tabula rasa (per fortuna) prende il sopravvento e torni a essere una spugna. Speciale. Che amplifica ogni minimo movimento di ciò che ti appare. E’ una resa incondizionata alla meraviglia di una quotidianità differente.
E puntuale è successo anche all’arrivo nello stato asiatico incastonato tra India e Cina, dopo un lungo volo iniziato da Londra. Ora, in Nepal, dove si trova l’imponente catena montuosa dell’Himalaya che con le sue vette oltre, gli ottomila metri (fra cui l’Everest e il K2), rende le nostre Alpi, quasi delle collinette da cui scendere in slittino.
Sebbene l’Italia ospiti la stragrande maggioranza del patrimonio artistico mondiale, ciò non significa che all’estero ci sia meno da vedere. S’impara un linguaggio nuovo. Niente Rinascimento. Niente gotico. Divinità e preghiera all’aperto. Un’immagine su tutti. Quella terrifica di Kali Bhairava (Shiva nel suo aspetto terrifico) situata in Durbar Square.
Un viso che incute paura con una mazza in mano. Ben diversa dall’immagine più rilassante del monaco tibetano che prega silenzioso davanti a una statua del Buddha, Ancor più delicato il tempio buddhista Swayambhunath (detto anche tempio delle scimmie), considerato il più antico monumento buddhista dello stato asiatico.
Inizio a girarci intorno. Qualcuno deve avermi notato, e incuriosito dalla mia presenza, inizia a pedinarmi. Me ne accorgo troppo tardi, quando dal mio zainetto è già sparita una mela, arpionata con estrema disinvoltura (neanche fossi in metropolitana a contatto con gang di scippatori) da una delle tante scimmie (animali sacri) che gironzolano.
Un suono improvviso squarcia il tiepido pomeriggio. Bambini che suonano le campane e poi scappano via contenti. Qualcuno da lassù li vede. E’ un segno di benevolenza. Non faccio tempo a girare l’angolo che mi ritrovo seduto, per tutto il resto della giornata, a tenere alti i colori della mia nazione in un’emozionante partita a scacchi (sport popolarissimo in Nepal e nell’Asia meridionale).




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