“Napule è mille culure, Napule è mille paure, Napule è a voce de’ criature che saglie chianu chianu e tu sai ca nun si sulo”. Così canta Pino Daniele, artista napoletano che, con poche note, cerca di descrivere una città dalle infinite sfaccettature, caleidoscopio di suoni, umori, tonalità, odori. Napoli è una di quelle città che non possono essere descritte perché non basterebbero le parole, perché è un luogo che va vissuto, non chiacchierato.
E’ la città del sole che, qui brilla con un riverbero argenteo sul filo del mare e fa maturare dorati limoni che l’adornano e la profumano. Ma Napoli è anche figlia delle sue stesse ombre. Figlia del passato e del mistero. E per carpire il suo mistero, dobbiamo scendere nelle viscere. Nel grembo stesso di questo lontano e vecchio regno borbonico.
Ogni abitazione della città può essere l’ingresso ai sotterranei, può conservare un pozzo da cui, nei tempi andati, attingere acqua dalla cisterna sottostante, ogni vicolo può nascondere una fuga, un cunicolo. E così è Napoli. Un dedalo di strade in superficie e un altrettanto dedalo di cunicoli sotto il suo suolo. Un complesso di cavità scavate nel tufo, roccia giallastra “morbida”, che alternano forme di architetture classiche, greche a romane.
Il cuore della città antica, San Biagio dei Librai, ospita uno degli accessi ai sotterranei e da cui, lentamente, si scende nella Napoli del buio. Stretti cunicoli, ampie gallerie dove, una volta, si rifugiavano i cittadini per scampare agli attacchi della guerra, ai bombardamenti dei conflitti mondiali e che, qui, in silenzio, vivevano. Sulle pareti si notano ancora alcuni disegni di bambini che hanno lasciato il loro indelebile segno di un antico passaggio.
Ma ancora prima, qui sotto c’era Napoli. E, come una sfoglia, strato dopo strato, si svela la città d’epoca. In uno dei cunicoli è necessario camminare in fila indiane, con le candele accese. E la suggestione è profonda. Il buio, rischiarato solo qua e la’ da qualche lampada, accompagna il visitatore, con la sua candela stretta in mano, negli anfratti del passato.
Un passo dopo l’altro, mentre la guida esperta conduce ognuno in un tempo lontano e in uno spazio fisico e ben delimitato, ma che sembra valicare i confini della sua stessa fisicità.
Alla fine del corridoio stretto, ci si trova dinanzi ad una piccola galleria al centro della quale è collocata una vasca d’acqua piovana.
Si scende per molti metri e la città è sopra le teste di ognuno che continua a vivere, a scalpitare freneticamente, mentre sotto i suoi piedi c’è un altro mondo. Un’altra storia.
Come alla romana fontana di Trevi, anche qui le persone gettano nell’acqua della vasca qualche monetina.
In fondo – dicono – è bene augurante. E a Napoli mai sfidare la sorte. “La superstizione è sinonimo di ignoranza – diceva il grande attore napoletano Edoardo De Filippo – ma non crederci porta male”.





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