Piacevoli brezze estive di un luogo salubre. Panama e vestito di lino stropicciato, bianco. Maliziosi sguardi presso la fonte per la cura idropinica. Giovani e spigliate le kellerine, mescitrici d’acqua, servono gli ospiti delle Terme di Boario. La fonte è una polla sorgiva e bisogna chinarsi fino a terra prima di sorseggiarla e trarne beneficio.
Atmosfera di fine anni Trenta. La musica di un’orchestrina jass carezza le spalle di fascinose signore dallo sguardo languido. Sfoggiano toilette all’ultima moda. Ignare che il loro bel mondo sta’ per crollare definitivamente.
Come in un film di Fritz Lang. Voce melodica, smoking bianco e scarpe laccate. Capelli impomatati. Il sassofono suona Avalon, le luci blu modellano i tendaggi della sala da ballo, all’aperto. Lo swing di “Candlelights” sfuma nel parco sulla scia di un esotico profumo.
Lontana immagine del “termalismo” dei nostri nonni che si aggiravano tra le botteghe piene di galanterie, in un ambiente tranquillo e animoso. Ovattata, intima, fascino demodè. Quell’aria di segreti incontri e silenzi colmi di miti, appartiene al passato.
Anche i bisnonni andavano a “passare le acque”. Era la metà dell’Ottocento. Una vera “passione termale” per il Manzoni che ne “ordinava in un sol colpo sessanta mezze bottiglie” lodando l’amena cittadina nel cuore della Valcamonica, a 56 chilometri da Brescia.
Già nel ‘500, il naturalista Paracelso studiò le acque della fonte di Darfo Boario per curare malattie del fegato. Nel 1724 il medico Francesco Roncalli Parolino col trattato De Aquis Brixianis, rese note le virtù benefiche che sgorgano dalla sorgente e “di pregio migliore il posto poiché il soggiorno è gradevole e confortevole”.
Tredici anni dopo nasce, il primo “Casino” in muratura e legno per lo sfruttamento terapeutico delle acque. Il piccolo borgo prende il nome di “Casino Boario”. A godere di quelle acque e trascorrere i mesi estivi, “molti forestieri”. Arrivano in carrozza, in comitive provenienti dalla pianura bresciana e cremonese. Poi un secolo di assoluto silenzio fino al 1840.
Boario, salta alla cronaca per bocca dei suoi abitanti. Una terribile alluvione privò di acqua potabile tutta la zona. I paesani pensarono all’Antica Fonte che sgorgava abbondante. Non solo dissetò, ma gli affetti da malattie infiammatorie, trassero giovamento e, in alcuni casi, guarigione.
I beni preziosi, frutto dell’eterna alchimia della terra, non tradiscono mai. La fama delle proprietà curative dell’acqua si sparse immediatamente catturando l’attenzione di medici e studiosi. Alla fine dell’Ottocento, molti erano gli ospiti del nascente centro termale il cui certo avvio è, però, legato ai primi alberghi.
Nel 1906 viene costruita la Cupola e il Padiglione Liberty dall’architetto Americo Marazzi. Logo e simbolo delle Terme di Boario. Bagliori di successo nel 1908, con l’inaugurazione della ferrovia Brescia-Iseo-Edolo. Il Parco e i primi saloni risalgono al 1914.
Tesori verdi. Alberi, viali, aiuole, un laghetto e un soffice prato sul quale passeggiare a piedi nudi. Nuova terapia del relax. 130mila metri quadrati di natura e un Giardino Botanico di rara bellezza. Tesori limpidi le quattro acque. Boario-Igea-AnticaFonte-Fausta.
Dal Monte Altissimo, scorrono in profondità lungo sentieri rocciosi e sinuosi fino ai limiti del Parco. Acque minerali dall’azione benefica per le funzioni epato-digestive, per l’attivazione del ricambi idrico e riequilibrio metabolico. Benefica argilla per osteoartrosi, reumatismi e malattie della pelle.
“Corpo e spirito”. Lo slogan delle Nuove Terme di Boario, fiore all’occhiello del termalismo moderno. Terapie, benessere, cultura. Nel Parco più grande d’Europa, natura e acqua protagonisti assoluti. Li affiancano animazione e divertimento in sintonia col paesaggio distensivo ed energetico.
I suoi dintorni. Il Parco delle Incisioni Rupestri. Storia scritta sulla viva roccia dai “Camuni”, popolo di cacciatori giunto nella Valcamonica seimila anni prima di Cristo. Il lago d’Iseo. Vegetazione selvaggia e geometrica eleganza di viti, olivi e frutteti. Sullo sfondo il Gruppo dell’Adamello e il Parco dello Stelvio.
“Fegato Centenario”, il vecchio slogan pubblicitario. Cartellone spento e fuori dal tempo. Quell’atmosfera, l’orchestrina jass, le bianche sheslongue allineate lungo le pareti. Quel tempo colmo di avvenimenti. Le morbide signore e quei destini incrociati. Solo immagini sbiadite come lo slogan. Démodé. Ma piene di fascino retrò.





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