L’odore è intenso, penetrante, acre, insolito e fetido. E’ l’insieme di gente, asini, capre, cani, mucche e, soprattutto cammelli. Un intero micro mondo che vive qui, una volta a settimana, il lunedì. Che qui si riunisce, vende, compra, chiacchiera, commercia. E questo insieme affollato di persone e di animali si insinua nelle narici. Prepotentemente.
Siamo in uno dei maggiori mercati dell’intera Etiopia, Corno d’Africa. Il più grande dopo quello della capitale Addis Abeba. Bati, piccola cittadina dell’Abissinia settentrionale. Una distesa di umanità seduta a terra, sulla strada rocciosa e, in parte fangosa a causa delle recenti piogge. Ora però c’è il sole a riscaldare, ad illuminare, a far sudare.
Noi, un esiguo numero di viaggiatori italiani in mezzo al mercato etiope, tra etnie di afar, oromo e amhara. Le persone sono accalcate tra loro, le une addosso alle altre davanti al proprio banco, anche se il termine è persino troppo ottimistico. E’, infatti, solo un lenzuolo sporco aperto davanti al venditore o alla venditrice che espone su di esso la propria mercanzia.
Ci troviamo nella zona alimentare dove vengono offerte cipolle rosse, spezie, sale. Qui, il sale, ancora oggi, è molto prezioso. Come un tempo, arriva direttamente dalla depressione della Dancalia. Uno dei luoghi più inospitali della Terra, dove la temperatura può raggiungere e superare i 50 gradi.
Poco più avanti, in bella mostra, ci sono i tipici coperchi dei pentoloni per l’injira, il piatto nazionale. Sono leggerissimi e maneggevoli. Realizzati con argilla e paglia. Alcune donne, per praticità e per avere le mani libere nel trasportare altro, li portano sulla testa, come cappelli.
E’ impervia la passeggiata nel mercato. Difficilmente si riesce a camminare senza inciampare o rischiare di cadere su qualche venditore seduto a terra. Bisogna letteralmente scavalcare la gente che, imperterrita, non si muove affatto, non per indifferenza. E’ il mercato. E’ così e ci si deve adeguare. E’ il mercato stesso a dirigere i nostri passi. Poco alla volta, raggiungiamo la parte destinata al commercio degli animali.
E’ qui che si trovano cammelli, buoi e mucche. Animali dalle imponenti corna, scalpitanti capre e numerosi cammelli. Ci muoviamo in mezzo a loro con cautela, cercando di non innervosirli involontariamente. Ogni tanto, quando qualche bue si agita o un cammello si dimena, il guardiano o proprietario che sia, gli affonda qualche bastonata per rimetterlo in riga. Se così non fosse ci sarebbe il caos.
Siamo tutti stretti gli uni agli altri in questo luogo gremito di tutto e di tutti. Io spero solo di riuscire a tenermi lontana dalle corna appuntite di qualche grosso animale. Fa molto caldo, nonostante sia la stagione delle piogge.
Mentre proseguiamo alla scoperta di questa vivace fetta del pianeta, in una sorta di piazzola, notiamo alcuni pulmini, vecchi modelli in condizioni fatiscenti, serviti ad accompagnare al mercato gli acquirenti dai villaggi più distanti.
Sul tettuccio di quasi ognuno di questi mezzi, un ragazzino annoda con una corda le zampe di capre e pecore, appena acquistate da qualcuno. Gli animali sono disposti gli uni affianco agli altri, all’insù, legati tra loro a mo’ di bagagli. Belano fortemente e il loro verso è straziante. Sembra un urlo.
I pulmini iniziano a riempirsi di viaggiatori. Tornano a casa. Tutti insieme. Uomini e animali in una specie di condivisione della vita in questo lembo d’Africa povero, disastrato e dai paesaggi fiabeschi.





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