“…bonasera bella ‘mbriana mia, ccà nisciuno te votta fora, bonasera bella ‘mbriana mia”. Parole di una canzone di Pino Daniele, cantautore partenopeo. Una canzone omaggio alla cosiddetta bella ‘mbriana. Un termine dialettale, particolare, che nasconde un significato antico, dolce e, al tempo stesso, assolutamente, totalmente imperniato di Napoli. Napoli, intesa non solo come città, ma come stile di vita, come retaggio atavico di tradizioni, come modo di essere, di intendere e di interpretare l’esistenza.
Se il munaciello è il personaggio più chiacchierato e più temuto dai napoletani a causa del suo comportamento dispettoso di spiritello birichino e, a volte malevolo, la bella ‘mbriana, invece è la sua antitesi.
Nelle storiche vie di Napoli, nei vicoli stretti e sinuosi, pieni di vivacità e di frenesia dove le case sono ammassate le une a ridosso delle altre, dove la vita è un’affacciata al balcone da cui parlare con la vicina di casa o fare la spesa calando il paniere, aspettando che il panettiere o il fruttivendolo sotto lo riempia, vive un mondo nel mondo. Vivono gli usi di una città magnifica, contraddittoria e superstiziosa.
Vecchio regno borbonico, nel suo cuore, ma non solo, rispetta le abitudini dei nonni dei nonni come una sorta di legame che continua nel tempo. Perché qui, a Napoli, il tempo è un concetto, non una costante. Ed è un concetto più vicino al modo in cui viene avvertito in Africa che non in Occidente. Scorre si. Scorre naturalmente, ma scorre in modo diverso.
Quando si entra in una casa napoletana, anche vuota, il padrone non resta silente. Saluta. Buonasera o buongiorno sono doverosi e dovuti. Dovuti alla casa, alla bella ‘mbriana che è l’anima buona, gentile, affabile di ogni focolare. E’ lo spirito benigno dell’abitazione stessa. E guai a parlarne male. Guai a discutere di un possibile trasloco in sua presenza. Meglio farlo fuori casa, perché la bella ‘mbriana non si vede, è impalpabile e invisibile, ma c’è.
A Napoli “lei” testimonia l’affetto dei napoletani verso la famiglia, la casa, il passato. Non stupisce che, un napoletano, lasci nella propria abitazione, attorno alla tavola, una sedia libera. In fondo, potrebbe sempre sedersi la bella ‘mbriana e riposare. E se la sedia fosse occupata, lei andrebbe via, offesa dalla mancata ospitalità.
Forse, certe tradizioni appaiono incomprensibili, ma per un partenopeo, più che usanze lontane, sono quotidiane virtù. Nell’immaginario collettivo si tratta di una bella donna, ben vestita e la derivazione etimologica del nome pare sia latina. L’espressione meridiana riconduce al termine mariana che indica l’ombra. E come un’ombra si mostra la bella ‘mbriana, scivolando sotto le porte o attraverso i chiavistelli.
Edoardo De Filippo, grande attore partenopeo, diceva: “la superstizione è sinonimo di ignoranza, ma non crederci porta male”. Un viaggio in questa città è più di un semplice movimento fisico.
E’ un moto dell’anima che inizia da una stradina, da un quartiere a decumano, da una piazza e finisce in un retaggio culturale e popolare dove il presente e il passato si fondono in maniera sfumata per conservare quella continuità del tempo che sconfigge ogni legge fisica o matematica.





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