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Nairobi, dove volano le aquile - foto : Giovane masai della tribù samburu, a nord di Nairobi © Monica Genovese
Giovane masai della tribù samburu, a nord di Nairobi © Monica Genovese

Nairobi, dove volano le aquile

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Un luogo acquitrinoso, paludoso, umido e dai fetori intensi, prima. Una metropoli, capitale del suo Stato, la più grande città dell’Africa orientale e la quarta dell’intero continente nero, oggi. E’ “Green City in the Sun”, la città verde al sole o, per usare l’espressione masai che la identifica “enkare nai-robi”, il “luogo dell’acqua fredda. Nairobi. Kenya sud occidentale.

La città si è trasformata, nel giro di diversi anni, da luogo di approvvigionamento per la ferrovia, costruita nel XIX secolo per i collegamenti tra Mombasa e l’Uganda, a città vera e propria. Ma non senza interruzioni, se tali si possono definire, come la peste bubbonica del XX secolo che vede Nairobi completamente bruciata per debellare l’epidemia mortale.

Oltre quattro milioni di masai – popolo niolitico – vivono qui, molti dei quali ammassati nelle baraccopoli, disposte intorno al centro urbano. Un mondo a parte che sembra non trovarsi, nemmeno nello stesso mondo di Nairobi. Da un lato, la città operosa, moderna, attiva. Dall’altro la povertà, l’indigenza, la malaria.

Gli slum, il nome masai delle baraccopoli, accolgono, secondo una stima delle Nazioni Unite, due milioni di persone, circa. Il numero è imprecisabile, in quanto molti neonati non vengono registrati alla nascita. Crescono senza esistere dal punto di vista burocratico e non solo. Si contano un centinaio di slum di cui l’estensione maggiore è raggiunta da Kibera con una popolazione di un milione di individui. Il tasso di sieropositivi è incredibilmente elevato, così come quello degli analfabeti.

A Nairobi, tutto è frenetico, caotico. Ogni cosa si muove velocemente e, al tempo stesso, ha la lentezza dell’Africa, quella morbidezza del tempo che scorre e quell’attesa pacata, rassegnata, forse voluta. Le numerose aquile che sovrastano il cielo cittadino, si adagiano sugli svettanti alberi o sui lampioni.

Le strade sono affollate dai colorati e assordanti matato matata o matatu. Termine swahili, lingua africana. Si tratta di una forma “estrema” di trasporto pubblico assegnato a privati che fanno a gare a guadagnare di più in base al numero delle corse e in cui la musica è una costante a tutto volume che fuoriesce da vecchie autoradio.

Minibus con una capienza di circa una quindicina di persone, più un autista e un “buttadentro”. Questi ha il compito di spingere all’interno del minibus quante più persone riesce a stipare, indipendentemente dalla comodità e dalle possibilità del matatu stesso. Gli spintoni non risparmiano nessuno. Ad ogni fermata, per uno che scende almeno due o tre salgono.

Attualmente, il Governo kenyota ha regolamentato l’attività dei matatu, ma la situazione dei lavoratori è sempre trascurata e precaria, anche in considerazione del fatto che, a causa delle strade fatiscenti e del peso dei minibus, le cronache dei giornali riportano di incidenti stradali in cui sono coinvolti i matatu. Molte volte si trovano capovolti ai bordi delle strade, con i passeggeri morti, feriti, o nella migliore delle ipotesi spaventati, seduti sull’asfalto, mentre i bagagli e le gabbie con gli animali da cortile, galline, oche sono sparpagliate a terra, cadute dal tettuccio del minibus.

Nairobi, nonostante le sue contraddizioni, è una città affascinante con i suoi mille mercatini di frutta esotica, di carabattole di ogni tipo, che trovano confusa posizione in qualsiasi posto, anche sulle piccole colline di terra e rifiuti dove gli oggetti in vendita fanno mostra di sé arrampicandosi sui pendii.
E’ la città de “La mia Africa”. Indimenticabile film tratto dal libro autobiografico di Karen Blixen, scrittrice e pittrice danese che, dal 1913 al 1931, vive nei pressi di Nairobi. Quando i musungi, i bianchi, trasferiti in Africa sono molto pochi.

E’ la città di un ragazzo africano, un giovane studente di teologia, che, durante un viaggio a Roma, nel vedere la neve la prima volta non ha trovato altro modo per descriverla se non come… piume d’oca che piovono dal cielo.

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LIBRI

La biblioteca sul cammello

"La biblioteca sul cammello" di Masha Hamilton - Nuova Biblioteca Garzanti, 2007

Speranza e umorismo per l’Africa

"Diario africano" di Bill Bryson - Guanda, 2003



2 commenti a “Nairobi, dove volano le aquile”

  • claudia de carlo alle ore 12:09 pm scrive:

    vi consiglio un libro sull’africa sui popoli dei masaie kikuyu bellissimo si intitola ‘la mia africa’ di karen bliken…è la storia su vita e costumi di qs popoli..

  • Monica Genovese alle ore 9:38 am scrive:

    Grazie Claudia, ottimo consiglio! e proprio nell’abstrat (la breve presentazione iniziale) di questo articolo è citata la baronessa karen bliken e il suo “La mia Africa”.

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